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Da cinquant’anni è sempre la stessa musica

Sono più vicino alla seconda guerra mondiale che non all’autunno caldo, per cui il meno adatto a scrivere tal pezzo. Da decennî mi occupo di altre cose. Ora però provo a buttare giù qualche riflessione. Quando un fenomeno leggero del nostro vivere si ripete incessantemente per quasi mezzo secolo, esso pone delle domande apparentemente estetiche, ma in realtà preoccupanti. Giorni addietro mi recavo alle poste, quando ho udito una ragazza, parto di genitori della generazione X. canticchiare un preistorico motivo di Gianni Morandi. Considerando che la giovane fosse sui 20 anni, il padre 45, ed il nonno 70, dobbiamo rilevare che quando il monghidorese iniziava a mietere successi, il predetto nonno avesse poco più di 20 anni. A sua volta il padre della fanciulla di cui sopra, all’età di 20 anni, se non meno, riteneva patetica, superata e ridicola la musica di Morandi & Co. Oppure adatta a vecchi quarantenni nostalgici come il babbo (i.e. il nonno della canterina).

Io, che mi avvicino ai ricordi del genitore della studentessa, mi pongo un dilemma. Ma è possibile che sino ad oggi la musica leggera italiana in più o meno trent’anni – dagli Ottanta ai Dieci – non abbia saputo nemmeno scalfire il vecchiume di quei ripugnanti anni, detti Sessanta e Settanta?

È mai possibile uno con i miei lustri che dichiari ad una ragazza di adorare musicalmente (riguardo al rock) Pink Floyd, Aerosmith e Metallica, debba essere visto come un interprete dei testi di Hegel riguardanti i lineamenti della filosofia del diritto?

Non è il sistema di produzione liberal-capitalistico a frustrare la creatività. Non dimentichiamo che il futurismo sia in Russia che in Italia anticipò Rivoluzione d’Ottobre e Fascismo, e quindi l’aridità delle società borghesi preesistenti non bloccò l’estro.

In tv ai bambini fanno cantare canzoni vecchie. Vari programmi d’intrattenimento serale si basano su ricordi di quegli anni fra antichi cantori, video ed agoni pregressi d’antan. Artisti ben noti, e in auge, reinterpretano testi di esecutori che quarant’anni fa erano creduti già finiti, per non dire di come li accogliesse la critica coeva. Si riesumano ectoplasmi, si fanno gorgheggiare pure novantenni, e ci si rammarica come la commare secca abbia portato via personaggi ancora abbastanza giovani (+70/80!).

Se non fosse che il regolamento sanremesco preveda siano condotti sul palcoscenico testi e musiche inediti, sicuramente andrebbero in onda pezzi di allora magari rivisitati togliendo solo qualche parola desueta e, preferibilmente, da sostituire con un termine inglese, da bravi indigeni idioti.

Sia chiaro, non discuto sulla validità qualitativa della musica italiana di quegli anni, che ha partorito interpreti che il mondo ci invidia – Alice, Fiorella Mannoia, Milva, Mina, Patty Pravo, Ornella Vanoni ecc. Quello che m’indigna è che oggi coloro che già ieri erano considerati (a ragion veduta) appartenenti al gioioso trascorso del boom – il quale finalmente aveva fatto dimenticare la guerra – siano ai nostri giorni punti di riferimento melpomeniani per le nuove generazioni, a causa della pochezza dei “contemporanei”.

Perché i 70-80enni Wilma De Angelis, Nicola Di Bari, Jimmy Fontana e Gianni Meccia – per citarne solo quattro – sono ancora ricordati alla grande, e non solo da me bensì pure all’estero?

Invece per rammentarci di Tiziana Rivale (vincitrice Sanremo 1983), Aleandro Baldi (1994), Annalisa Minetti (1998), Elisa (2001), Alexia (2003), Francesco Renga (2005), Simone Cristicchi (2007), Giò Di Tonno e Lola Ponce (2008, non è livornese), Marco Carta (2009), Valerio Scanu (2010) ed Emma (2012) non solo dobbiamo violentare le cellule grigie oppure scavare in internet, ma pure nell’arco di 200-400 giorni gli ultimi dell’elenco non li ricorderà nemmeno il pubblico del Teatro Ariston? Sì, li vediamo in tv alcuni di questi, diretti dal bravo paleontologo Carlo Conti, in specie quando imitano cantanti del passato. E il cerchio si chiude.

E che dire dei complessi? Una volta li si chiamava così, oggi si dice band secondo gli ordini dello Zio Sam. Orbene i ritornelli dei Rokes sfido tutti voi a non fingere di averli dimenticati e che dire del simpatico Shel che recentemente, oltre a finalmente vincere competizioni canore (“bisogna saper perdereee”), esordisce come attore alla veneranda età di 67 anni, interpretando un indiano (dell’India), alla faccia di Kabir Bedi? Al contrario: ma chi sono i Jalisse e la Piccola Orchestra Avion Travel, rispettivamente vincitori di Sanremo 1997 e 2000?

Andrej Ždanov
Risiede in Italia dal 1976. Si occupa di sociologia, musica e storia dell’arte, scrive su riviste di settore e insegna presso istituti medi superiori sia in Italia che all’estero.
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