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In una fotografia, l’anima crudele degli Anni di piombo

Mi vendo”, cantava Renato Zero nel peggiore anno per la stabilità della nostra democrazia: era il 1977. L’Italia si trovava alle prese con una crisi economico-energetica di forte intensità – innescata dall’interruzione del flusso petrolifero proveniente dai Paesi mediorientali dell’Opec: pomo della discordia, le guerre arabo-israeliane e il riconoscimento dello Stato ebraico. Contro la Repubblica già tramavano forze eversive di destra, supportate dai servizi segreti (caso Sifar: uno scandalo, emerso nel ’67, che allarmò l’opinione pubblica) e – al contempo –, correnti di estrema sinistra auspicavano una rivoluzione proletaria. Ondate di contestazione sociale erano sfociate (1968-69) in violenti scontri dei manifestanti, operai e cortei studenteschi degli atenei occupati, contro le forze dell’ordine. Per non dimenticare il crescendo di attentati dinamitardi culminato nella strage in piazza Fontana alla Banca nazionale dell’Agricoltura (Milano, 12 dicembre 1969). Nella penisola italica non era stato ancora formato un governo compatto, in grado di opporre una risposta istituzionale alle manovre destabilizzanti – nonché di avviare un dinamico processo riformatore: l’esponente democristiano di massimo rilievo, Aldo Moro (1916-1978), diresse il proprio impegno in tal senso, configurandosi quale interlocutore privilegiato del segretario del Pci, Enrico Berlinguer (1922-1984). Quest’ultimo, nel ’73 aveva lanciato la proposta politica del “compromesso storico” – o “alternativa democratica” – per un riavvicinamento al partito della Dc. Al di là di tali intenzioni, si delinearono forti resistenze nel partito della “Balena bianca” – vista pure la sconfitta per il mondo cattolico nell’importante battaglia contro il divorzio (il referendum abrogativo del 1974 fu un fallimento). Per giungere al nuovo esecutivo monocolore – composto dalla Dc, con sostegno esterno di Pci, Südtiroler Volkspartei ed Union Valdôtaine con gli altri partiti dell’arco costituzionale (Psi, Psdi, Pri e Pli) all’opposizione assieme a Msi, Democrazia Proletaria e Partito Radicale – si sfiorerà il limite di un evento particolarmente grave: il terrorismo nostrano stava per assumere i connotati drammatici dell’omicidio politico e del sequestro di persona. Il rapimento di Aldo Moro avvenne infatti il 16 marzo 1978 – medesimo giorno in cui fu concessa la fiducia alla Camera dei Deputati all’anzidetto governo Andreotti IV.

A nove anni di distanza dal “formidabile” maggio del ’68, d’improvviso ecco riesplodere una protesta feroce, fomentata nei tumulti universitari. Cortei minacciosi inneggiano alla rivolta armata: nel Movimento studentesco – ora evolutosi in Movimento dei lavoratori per il socialismo – confluiscono Avanguardia operaia, Lotta continua, Potere operaio e Servire il popolo, gruppi animati da ostilità per la svolta “inquinata” del Pci.

Il malessere profondo di una società in crisi stava tramutando il dissenso della generazione cresciuta dopo la fine della guerra in atti di ribellione armata contro lo Stato. L’accusa all’opulenta comunità consumistica, ai meccanismi di integrazione individuale, a forme di repressione e autoritarismi presenti anche nel sistema democratico erano sul punto di materializzarsi con inarrestabile veemenza.

Una nuova aggregazione, detta Autonomia operaia, nel 1977 si renderà interprete degli atti di rigetto più critici della linea riformista di sinistra. A marzo, nell’ateneo di Bologna, durante un’assemblea di Comunione e Liberazione, l’irruzione di giovani autonomi nella sala dà origine a sanguinosi scontri con la polizia: freddato dal proiettile esploso da un carabiniere, muore uno studente – Pier Francesco Lorusso (n. 1952). L’intera città sprofonda nel caos, fra guerriglia urbana, fumo di lacrimogeni ed “espropri proletari” che devastano attività commerciali. Per le strade saranno ritrovate decine di bossoli.

Sempre a Bologna, il 23-25 settembre convergono da tutt’Italia circa 35mila autonomi per unirsi al Convegno sulla repressione, iniziativa che solleva molta polvere: in quei giorni non si verifica alcun incidente. Eppure, qualcosa d’inquietante ribolle in pentola.

La folla in sommossa ostenta con la mano un gesto emblematico: il richiamo evoca una pistola, la famosa P38 – arma semiautomatica in uso alle forze armate tedesche nella II Guerra mondiale. Sottratte dai partigiani ai militari dellaWehrmacht all’indomani della lotta di Liberazione, le P38 faranno la loro ricomparsa nei cortei di Autonomia operaia.

Sparatorie, raffiche di mitra echeggiano da ogni parte del Paese. A Roma, il 30 settembre si scontrano “gli opposti estremismi”: squadre fasciste e frange sovversive di sinistra esplodono proiettili, scagliano molotov. In Viale delle Medaglie d’Oro perde la vita il ventenne Walter Rossi, militante di Lotta continua – raggiunto da un colpo d’arma da fuoco alla nuca. Il ragazzo stava distribuendo volantini.

Il primo di ottobre gli autonomi danno alle fiamme un bar, l’Angelo Azzurro a Torino, “covo di fascisti e locale borghese” 1. Roberto Crescenzio (n. 1955), estraneo ai fatti, cade vittima dell’attentato: un’altra giovane vita letteralmente bruciata. Lo era stata anche la breve esistenza di Giorgiana Masi, diciottenne studentessa romana, uccisa per una tragica fatalità durante una manifestazione, proibita nella capitale, per l’anniversario della legge sul divorzio (12 maggio del ’77).

Due giorni dopo, a Milano – in via De Amicis – la reazione di Autonomia operaia per i divieti imposti dalla questura di Roma (e infranti dai radicali) e la conseguente morte dell’innocente, si era fatta sentire. Spietata.

La P38 degli autonomi aveva lasciato sul campo di battaglia urbano un morto, il vicebrigadiere Antonio Custra (n. 1952), del III Battaglione Celere – che stava rientrando nella caserma di Sant’Ambrogio. Per la prima volta, un corteo di protesta aveva trasfigurato lo scontro ideologico movimentista in conflitto armato militarista. Contro le vetrate dell’Assolombarda – l’organizzazione degli industriali – erano state dirette centinaia di colpi di pistola.

Tre dimostranti, coi volti coperti dal passamontagna, sono stati immortalati nello scatto che si consegnerà alla Storia come icona degli “Anni di piombo” – titolo della celebre pellicola di Margarethe von Trotta (1981). Due autonomi stanno fuggendo, mentre il terzo si posiziona al centro di via De Amicis, braccia tese, e con determinazione impugna la pistola: è il fotografo Paolo Pedrizzetti a imprimere per sempre quell’istante nella memoria popolare. L’agghiacciante volontà di uccidere, tutta la drammaticità del Movimento del ’77 condensata in un solo fotogramma.

L’immagine, rimbalzata sulla prima pagina del Corriere dell’informazione – e su centinaia di pagine dei quotidiani – ha attraversato i lustri ed è giunta sino a noi, con l’immutata carica traumatica di un incubo.

Un piatto di spaghetti fumanti e una P38: era questa, per il settimanale tedesco Der Spiegel, la realtà del nostro Paese.

Note:
1 Carlo Marletti, Francesco Bullo, Luciano Borghesan, Pier Paolo Benedetto, Roberto Tutino, Alberto de Sanctis, Anni di piombo. Il Piemonte e Torino alla prova del terrorismo, Rubbettino, Soveria Mannelli (Cz) 2004, p. 122.
Flora Liliana Menicocci
Giornalista, ha sperimentato la scrittura in Rete fin dal 2003 e successivamente è approdata alle pagine di un quotidiano nazionale. Collabora con i periodici «Africana» e «Metodo». Nel 2013 ha fondato «Generazione X».
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