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Sergio Leone autentico storico del Far West

Ho iniziato a guardare la tv nel 1962. La nazionale italiana, nel corso dei mondiali fu eliminata in giugno dal Cile. L’anno precedente era stato creato il secondo canale della Rai. Va specificata l’emittente per i giovani lettori, i quali magari credono che la triplice Mediaset, e le varie omologhe nazionali e locali esistano e sin da almeno l’Unità d’Italia. Il primo sceneggiato a puntate che vidi fu Una tragedia americana col tenebroso Warner Bentivegna. Però ciò che interessava maggiormente noi bambini – specie per dimenticare l’approssimarsi della ‘commedia’ del venerdì (che voluta da mamma e papà ci triturava totalmente le scatole) – era il film western, epico scontro a finale solito fra sceriffi buoni (perché amerikani) e gl’indiani cattivi (perché indiani); fra nordisti buoni (perché USA) e sudisti cattivi (perché CSA1).

Allora i film li proponevano nella prima fascia serale di lunedì e martedì, ma – al contrario di oggi – la distanza media fra l’uscita nelle sale e la proposta al pubblico televisivo variava fra i trenta e i dieci anni. Queste cose vanno dette in quanto, col fluire della clessidra, i ricordi sfumano, e lo scontato odierno si trasforma nell’‘immediatezza standard’ da applicare anche a ieri.

Per tali ragioni noi delle elementari e i successivi rampolli in effetti non conoscevamo i cambiamenti che – proprio a quei tempi, e in Italia! – stavano prendendo piede nello sviluppo del genere western. Figuriamoci se a quell’età potevamo andare al cinema da soli, o quando ci accompagnassero i genitori, essi lo facevano (a sforzo) per portarci a vedere il cartone animato di Miss Biancaneve Disney & parenti, o cosette simili che a noi non interessavano affatto.

Stando così le cose per lunga pezza ci hanno propinato il western moralistico. Cowboy senza macchia e paura, degni di un posto in un calendario liturgico bizantino, con quei bei capelli impomatati che avrebbero provocato invidia a Fred Astaire. Abiti elegantissimi e pulitissimi sfornati dalla sartoria della produzione, che non tenevano conto del clima e del sudiciume in cui un reale bovaro dimenava la propria squallida esistenza. Negli stivali ti ci potevi specchiare, ma non era tanto quello l’assurdo, ma che non fossero mai un po’ rotti e sempre in perfette condizioni, appena comprati in Via Montenapoleone.

Spiccava il linguaggio forbito da East Coast (detestato invece dai vaccari) misto a reminiscenze greco-romane: ove la parolaccia non dico si evitasse ipocritamente, ma della cui esistenza nessuno era stato informato: dal vecchio sputacchiatore al più feroce assassino, dallo svaligiatore di banche all’analfabeta da saloon fino al cercatore d’oro e per concludere al pistolero.

Per non dire dei suddetti sceriffi e colonnelli nordisti (Custer compreso), novelli damerini con tanto di cappellone, degni di dar lezioni a capi di Stato, ed insegnare l’educazione a professori universitari e signorine londinesi.

Nel continuo lavaggio del cervello, una cosa mai appariva. Gli Stati Uniti d’America in quelle pellicole erano messi lì come già esistenti, evitando in sceneggiature e copioni le cause di fondazione dello Stato. Ovvero, mancando gli USA di una storia antica, la si voleva far passare come già acquisita, mentre nell’economia della logica ogni film western di quel genere, non poteva essere un episodio isolato in quei territori, ma sarebbe dovuto invece diventare un film storico sulla creazione del Paese stesso, allargatosi a occidente man mano con guerre e azioni di conquista a danni dei popoli autoctoni.

Se ci riflettete il pellerossa è un assassino che terrorizza (ergo terrorista) e strappa ai bianchi buoni i loro diritti di conquista; il messicano ed i latinos (come li chiamano loro) sono dei banditi e dei porci: con la pancia, i baffi, le chiome spettinate e un mucchio di figli-insetti; da militari si trasformano in criminali di guerra. Gli stessi britannici, mentre cercano di salvare il Canada, sono serpi e volpi apportatori di tasse, e quindi tentano di privare gli USA della libertà… di mercati.

Gli indioamericani detengono la memoria di imperi Maya, Azteca, Inca, i greci hanno l’Odissea e l’Iliade, i romani l’Eneide, i germani l’epica tetralogica, gli inglesi le leggende arturiane, i francesi La Chanson de Roland, gli spagnoli le gesta di El Cid Campeador, i russi le Byliny, gl’italiani la Divina Commedia e gli statunitensi dispongono solo di western. Però film fatti in quel modo non sono altro che un cumulo di patetiche menzogne raccontate dal faccione buono di John Wayne, mentre fa la ninna nanna al politico che odia a morte i vietnamiti.

Il regista Sergio Leone (1929-1989), scatto del fotografo Angelo Novi
A sinistra il regista Sergio Leone (1929-1989), scatto del fotografo Angelo Novi

Bisognava che qualcuno dicesse la verità. Sergio Leone e Clint Eastwood con la trilogia del dollaro2, finalmente scrissero la storia antica degli USA. Non più nobili ideali inesistenti in uno Stato che si andava allargando all’opposto oceano; basta col paternalismo d’importazione a uso famiglia; si era stufi che il “buono” trionfasse sempre sul “cattivo”. Che senso aveva ancora dipingere personaggi vuoti con parametri prescritti da sistemi confezionati in altri meridiani? Non esistevano bontà o cattiveria nelle res nullius dell’ovest nordamericano. Era il singolo e i propri interessi – i quali nel seguito saranno quelli dell’entita statuale che man mano imporrà leggi prettamente commerciali – che primeggia(va)no negli spazî sconfinati, dove solo i soldi, l’efficacia delle armi e il loro buon uso, conta(va)no.

Leone, dal 1964 al ’66, ha insegnato che il senzanome Eastwood (il cittadino statunitense in fieri), rappresenta solamente se stesso. Se poi risulta simpatico al pubblico, non è in quanto apportatore di semi di giustizia ed equità, bensì per la sua assoluta mancanza d’ipocrisia e scrupoli. Parla poco e spara tanto non importa a chi, ma alla fine resta vivo: nell’ottica liberal-capitalistico-darwiniana risulta il vincente non per diritto etico, ma meramente per capacità psico-fisiche poste al servizio solo della sua persona.

Non è lì per riparare torti all’umanità ma solo per vendetta, rivalsa, odio, ossia volontà di diventare ricco (self-made man). Il senzanome non ama nemmeno, non è un facitore di famiglie, con moglie a là Doris Day e progenie paffuta dai capelli biondi e occhi azzurri, ma elemosina il suo corpo a qualcuna, ma che lo meriti! E fraternizza coi pellerossa!!! infrangendo il mito dell’indiano da sempre terrorista. Ricordate, lettori, che Soldato blu di Ralph Nelson arriverà solo nel 1970 e Balla coi lupi di Kevin Costner addirittura vent’anni dopo!

Per noi studenti poco più anziani dei GX in prima liceo, Sergio Leone ha rappresentato l’unico e serio manuale di storia nordamericana, e Clint Eastwood il primo capitolo. C’era una volta il west (1968) è il secondo e ultimo. Un regista ormai affermato e venerato dopo soli tre anni, e senza problemi di bilancio chiama cinque grandi: Claudia Cardinale (Jill McBain), Charles Bronson (Armonica), Gabriele Ferzetti (Morton), Henry Fonda (Frank) e Jason Robards (Manuel ‘Cheyenne’ Gutiérrez). Una prostituta; un assassino al servizio del padrone Morton; un vagabondo e un bandito messicano. Eroi quanto peggiori e inusitati non si sarebbe mai potuto attendere dalla filmografia western 1903-63.

Basti solo citare la scena finale letteralmente determinata dalle musiche di Ennio Morricone: ‘Cheyenne’ si allontana per morire in pace; Jill McBain, ignara, aiuta gli operai che stanno costruendo una ferrovia e poi una città e alla fine gli USA, grazie a un delinquente messicano, un senzanome e una puttana. A C’era una volta il west ovviamente, pur meritandoli tutti, non toccò nemmeno un Oscar, ma nel 2009 è stato posto nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti. Con tal film si chiude un’epopea: il resto sono solo pregiati commenti.

Al giorno d’oggi il western è scaduto a telefilm attualizzato di prefascia, di cui lo ‘sceriffo buono’ Chuck Norris è il blasfemo gran sacerdote: temi preconfezionati, dozzinali trucchi di cartone, e l’ebete sorriso finale, simbolo del Pensiero Unico Amerikano.

Note:
1 Confederate States of America (Alabama, Arkansas, Carolina del Nord, Carolina del Sud, Florida, Georgia, Kentucky, Louisiana, Mississippi, Missouri, Tennessee, Texas, Virginia; territorio dell’Arizona, territorio del Nuovo Messico, gran parte del territorio dell’Oklahoma).
2 Per un pugno di dollari (1964), Per qualche dollaro in più (1965), Il buono, il brutto, il cattivo (1966).
Andrej Ždanov
Risiede in Italia dal 1976. Si occupa di sociologia, musica e storia dell’arte, scrive su riviste di settore e insegna presso istituti medi superiori sia in Italia che all’estero.

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