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Contro il ’68, la fine di un mito

Bamboccioni, inconcludenti, mammoni. Eterni immaturi privi d’immaginario: essere così beffardamente etichettati è divenuto un peso ormai insostenibile per gli inquieti adolescenti italiani degli anni Ottanta – svezzati da videogame con extraterrestri, assillanti televendite di tappeti, da hamburger americani e computer, televisioni private e robot nipponici.

Testimonianza di tale indignazione è Contro il ’681, un pungente pamphlet di Alessandro Bertante, giornalista e scrittore nato tra le fila della Generazione X: i pochi ricordi, velati e quasi onirici, di un’infanzia vissuta a pochi passi dall’impetuosa lotta sociale; l’isolamento della giovinezza spaesata di un’Italia decadente che si consumava nella fredda ostilità di metropoli come Milano, tra siringhe sparse ovunque, fast food e sgargianti piumini sintetici. Nella nuova, spaventosa modernità fatta di droghe e pericolo di contagio (nel 1981 si profilò all’orizzonte la pandemia dell’Hiv/Aids), di emarginazione sociale e idiozia televisiva, a rievocare con sguardi sognanti e nostalgici la propria gioventù c’erano loro: gli adulti. I nostri genitori e insegnanti – protagonisti delle contestazioni universitarie – narravano all’unisono un’epoca avventurosa, carica di speranza, ricolma di libertà. Rivoluzionaria e irripetibile. Di più: formidabile.

Nel mentre, rievocando quel momento fatidico che avrebbe dovuto cambiare i destini del mondo, con disinvoltura s’adattavano all’emergente, licenzioso modello di comunicazione mediatica: noncuranti del delirio consumistico e materialista che stava inghiottendo la società, gli stessi sognatori, senza troppi dubbi di coscienza, hanno abbracciato una politica liberista. Che fine aveva fatto la chimera di una democrazia egualitaria evocata, in quegli anni grandiosi, con veemenza immaginifica ed implacabile impeto dagli ex contestatori nostalgici?

L’occasione è stata irrimediabilmente mancata. Troppe speranze sono state deluse. Eppure, uomini e donne nati fra gli anni Quaranta e Cinquanta conservano tuttora uno straordinario attaccamento alla propria memoria condivisa, agli incomparabili ricordi di gioventù, e – nonostante la drastica ritrutturazione attuata nei decenni successivi – seguitano a rivendicare un’orgogliosa unicità.

L’autore individua nei numerosi figli del “baby boom” una generazione onnivora, culturalmente vivace e sedotta dal progresso: giovani europei e americani cresciuti in un mondo in rapido mutamento, ove la rivoluzione dei costumi attraeva l’ampliarsi del mercato verso i neo-consumatori della borghesia urbana. Di pari passo, sebbene a diverse latitudini del pianeta, proliferava una stagione politica ricca di fermenti e sogni di rivolta:

Seppure lontani decine di migliaia di chilometri, i giovani studenti seguivano le diverse fasi della guerra in Vietnam, palude dell’imperialismo americano, e con la stessa partecipazione facevano conoscenza della politica dei “Cento fiori” del presidente Mao Tse Tung, le timide riforme di Nikita Kruscev, il romanticismo rivoluzionario di Ernesto Che Guevara, la vana speranza progressista di JFK, strumentalmente appaiata alla battaglia per i diritti civili di Martin Luther King. E poi c’erano le lotte anticolonialiste, la guerriglia comunista in America Latina e il mito della rivoluzione terzomondista: era un mondo in cui le speranze si stavano realizzando.
Tutto questo successe nell’arco di neanche dieci anni2.

Nessun ostacolo, a parte i padri della meglio gioventù, pareva contrapporsi lungo il percorso verso l’emancipazione e la totale libertà di pensiero dei rampanti giovani sul finire degli anni Sessanta. I genitori, i vecchi italiani testimoni del conflitto mondiale, della Resistenza, artefici dell’Italia repubblicana furono additati come un pesante fardello; le loro memorie, un’eredità da gettare fuori bordo come zavorra ininfluente.

Voglio essere orfano.
Stava scritto nella primavera del 1968 sui muri di molte università italiane occupate. Voglio essere orfano, senza padre e madre, senza nessuno che mi dica cosa fare o come comportarmi. Senza legami col passato e senza storia. Materia grezza da plasmare3.

Gli artefici del cambiamento, della rimozione di un’epoca – della quale Pier Paolo Pasolini faceva parte e, nonostante il criticato provincialismo e le attitudini reazionarie, egli stesso rimpiangeva – coi loro “occhi cattivi”, come scrisse il poeta, erano pronti ad agire con determinazione per compiere la loro opera distruttiva.

Dirigenti e militanti del sessantotto studentesco italiano, parte di una grande sollevazione mondiale che coinvolgeva Parigi, Città del Messico, Berlino, Tokyo, Praga e Varsavia – più la California – erano sicuramente in lotta contro un modello capitalistico corrotto, artefice dell’aggressione militare e dello sfruttamento economico selvaggio del Terzo mondo. E soprattutto, l’inedito soggetto operaio – centro nevralgico dello sfruttamento capitalista: questione sempre rimarcata dal Pci – rappresentato in maggioranza da giovani operai meridionali, si rivolgeva con partecipazione e interesse alle lotte degli studenti, i quali, a loro volta, facevano proseliti davanti alle fabbriche. Furono appunto le occupazioni delle medesime fabbriche l’evento scatenante di una dura reazione istituzionale, la scintilla dell’autunno caldo.

La rivolta del sessantotto ha come prima conseguenza il ritorno del discorso politico a modelli autoritari datati alcuni decenni, che soffocano la spinta creativa ed esistenziale sorta durante gli anni sessanta. Tale svolta decisamente reazionaria viene fatta propria dai giovani contestatori, che in questo modo aprono la strada a una conflittualità gruppettara avanguardista, lontana anni luce dalle esigenze della massa studentesca e operaia come, del resto, dalle reali condizioni politiche del paese, ingenuamente considerato sull’orlo di una rivoluzione sociale.
Questa clamorosa e tragica illusione, associata alla indiscriminata repressione poliziesca e al criminale reiterarsi delle bombe fasciste, crea le premesse politiche e culturali per la sanguinosa stagione dell’eversione armata. Senza l’attentato di piazza Fontana e le successive tappe della strategia della tensione probabilmente non avremmo mai conosciuto le Brigate Rosse, o perlomeno il fenomeno non avrebbe avuto la stessa consistenza. Ma tornando ai fatti storici documentabili, è certo che la rivalità interna ai gruppi della sinistra extraparlamentare concorre alla formazione di un nuovo ceto politico che, esaurita la stagione contestataria, già nella seconda metà degli anni settanta, alla vigilia dell’arrivo di un’altra e ben più temibile generazione rivoluzionaria, il movimento del ’77, rifluisce verso il proprio ambito sociale di provenienza4.

I contestatori, quei ragazzi con le “facce da figli di papà”, fanno rapidamente carriera. Diventano dei perfetti cittadini benpensanti. Già dalla seconda metà dei Settanta, incapaci di comprendere i cambiamenti in atto nel tessuto sociale metropolitano, non sono più in grado d’intervenire positivamente nella vita politica italiana: si preoccuperanno soltanto della rimembranza. La lacrimosa nostalgia dei bei tempi andati. Consapevolmente o meno, essi stessi hanno veicolato col proprio immaginario nuovi bisogni, indotti dal neoliberismo in una società più dinamica e multiforme in cui, senza più distinzioni, tutti sono dei consumatori.

Mi è capitato più volte di registrare gli sguardi sgomenti di persone che giudicavano assurda e inopportuna la mia volontà di scrivere questo pamphlet. Gente in buona fede e magari neanche troppo politicizzata, che senza argomentare la propria opinione esprimeva istintivamente il proprio turbamento di fronte al progetto, come se guardare criticamente al sessantotto fosse un’operazione di blasfemia laica, un’offesa ai valori civili dell’Italia contemporanea. Un’operazione che solo un pazzo o uno sprovveduto oserebbe tentare. Si può, ed è anzi consigliabile, parlare con piglio grave dei propri ideali rivoluzionari, magari ostentando un atteggiamento saggio e consapevole; discutere aspramente sulla reale importanza delle tradizioni nazionali, mettere in questione il cattolicesimo e le sue fissazioni medievali riguardanti contraccezione e castità, bestemmiare l’integralismo e il Dio di tutte le religioni. Tutto legittimo, ma fate bene attenzione a non toccare il sessantotto. Guai a dubitare5.

Una voce fuori dal coro, dieci anni dopo la data totemica cantava:“Il ’68? Nontereggaepiù”.

Note:
1 Alessandro Bertante, Contro il ’68, la generazione infinita, Agenzia X, Milano 2007.
2 Ivi, pag. 32.
3 Ivi, pag. 29.
4 Ivi, pag. 53-54.
5 Ivi, pag. 78-79.
Flora Liliana Menicocci
Giornalista, ha sperimentato la scrittura in Rete fin dal 2003 e successivamente è approdata alle pagine di un quotidiano nazionale. Collabora con i periodici «Africana» e «Metodo». Nel 2013 ha fondato «Generazione X».

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