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I 55 giorni che hanno cambiato l’Italia

Roma, 23 aprile 1978. Il giovane brigadiere della Guardia di Finanza Giovanni Ladu – nome in codice: Archimede – fu convocato con urgenza e istruito per effettuare servizi speciali di controllo e vigilanza di un edificio capitolino. Con altri nove militari, l’indomani il sottoufficiale avrebbe preso alloggio nella villa al civico 18 di via Montalcini: sulla medesima via, al civico 8, vi era la palazzina-prigione dell’onorevole Aldo Moro – ossia, il covo delle Brigate Rosse ove fu recluso dalla tragica mattina del 16 marzo, quando un commando aveva ucciso i suoi cinque uomini di scorta e sequestrato, in via Mario Fani, il presidente della DC. Dal 24 aprile all’8 maggio, Archimede e i suoi commilitoni pattugliarono dall’esterno il palazzo in cui si trovava il prigioniero – che tutti loro sapevano essere un uomo politico, pur non essendone stata specificata l’identità dai diretti superiori. Non fu difficile intuire il nome: da settimane il caso Moro era sulle prime pagine dei giornali e notiziari. Alcuni giorni prima dell’arrivo di Ladu a Roma, all’unisono i quotidiani nazionali avevano pubblicato la lettera del pontefice – Paolo VI – che implorò i carcerieri per la libertà incondizionata dello statista scudocrociato: nell’inconsueta omelia del 13 maggio a San Giovanni in Laterano, il papa lo ricorderà come “uomo buono, mite, saggio, innocente ed amico”. Tutt’Italia era col fiato sospeso. All’interno di una stanza attrezzata con monitor e ricetrasmittenti, Ladu e un militare di origine meridionale con cui era in coppia – nome in codice: Pippo – controllavano l’appartamento delle BR con microtelecamere nascoste. Indossando divise da netturbini, dell’Enel o tute nere con cappucci, spesso s’avvicinavano all’edificio. La prima volta avevano notato una Renault 4 rossa ed una Rover con targa straniera, forse tedesca, entrambe parcheggiate nel cortile che dava accesso ai garage. In seguito, alla guida della Rover osservarono un individuo alto, con folti capelli e baffi (che Ladu più avanti riconoscerà come Mario Moretti) allontanarsi in tarda mattinata con una valigetta ventiquattrore. E inoltre, una donna elegante – soprannominata dai militari “miss” per la sua avvenenza – entrare ed uscire dalla casa in cui Moro era ostaggio.

Durante il sequesto si verificò uno strano episodio, una disattenzione di Archimede che avrebbe perfino potuto cambiare le sorti del “misterioso” prigioniero:

(…) era assieme a “Pippo” per verificare se funzionava l’impianto della telecamera all’interno dell’edificio, quello posto davanti all’ingresso della casa prigione al piano rialzato. Senonché, invece di premere il pulsante della luce, premette quello del campanello. Uscì una bella ragazza e allora Ladu si scusò. Poi, con prontezza di riflessi, chiese con disinvoltura alla donna se poteva riempire con acqua corrente la bottiglia che aveva davanti a sé. La donna – colei che sarebbe stata riconosciuta come Barbara Balzerani – accettò volentieri, mai immaginando che il giovane operaio che aveva di fronte fosse un militare in osservazione della prigione. Ladu fu in grado di vedere anche la persona che usava la Range Rover (…) 1.

Lo statista democristiano Aldo Moro (1916-1978)
Aldo Moro (1916-1978)

Se fosse un romanzo, l’eccezionale suspense del saggio di Ferdinando Imposimato, lo straordinario intreccio di intrighi, complotti, cospirazioni e trappole che si dipanano nelle pagine de I 55 giorni che hanno cambiato l’Italia, farebbe impallidire anche Dan Brown. Si tratta, invece, non soltanto della testimonianza agghiacciante che l’ex brigadiere sardo ha spontaneamente rilasciato all’autore nell’ottobre del 2008 – violando la consegna del silenzio e del segreto su quanto accaduto, sentito e visto –, bensì di un’accurata e documentata inchiesta svolta dal magistrato che istruì, tra l’altro, proprio il caso dello statista democristiano sequestrato. In una terribile sequela di connessioni – fra Brigate Rosse e Banda Baader-Meinhof (RAF), KGB e servizi di spionaggio della Germania Est (STASI), nonché interessi politici statunitensi – gradualmente riemergono dalle pagine del volume i foschi scenari internazionali che orbitarono intorno all’affaire Moro.

Negli anni del rapimento “ci fu un interesse convergente fra Est e Ovest nel contrastare il disegno di Moro incentrato sul compromesso storico. Entrambi vedevano minacciate le loro certezze di dominio territoriale e politico fondate sulla contrapposizione dei blocchi e sulla spartizione del mondo in due imperi”2. Esistevano, all’interno dello Stato italiano, apparati fedeli al presidente della Democrazia Cristiana – come il generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa e il vice capo della polizia Emilio Santillo, oltre al personale dei corpi speciali, uomini disposti a sacrificare la propria vita per salvarlo. Eppure, i vertici politici e militari di Gladio erano a conoscenza dell’imminente rapimento perlomeno dal 2 marzo 19783, ma non fecero nulla per impedirlo.

L’ombra della Loggia di Palazzo Giustiniani – la P2 di Licio Gelli alla quale era iscritto anche il collaboratore di Henry Kissinger, nonché capo della stazione CIA a Roma, Randolph Stone: tessera 899 – si era mossa dietro le quinte nell’opera di distruzione e discredito massmediatico del leader democristiano (lo scandalo Lockheed/Antelope Cobbler), in vista del rapimento che i congiurati sapevano essere imminente. Al Viminale, Francesco Cossiga, informato dalle note del SISMI dei pedinamenti di Moro da parte di un agente del KGB – Feodor Sergey Sokolov del dipartimento delle azioni esecutive, altrimenti noto come Dipartimento V e in cui si addestrano i sicari – presso l’università La Sapienza, anziché intensificare le misure di protezione attorno allo statista, il 15 marzo lo rassicurava perfino che non fosse una questione rilevante. Incredibilmente, il sottosegretario Nicola Lettieri, braccio destro di Cossiga, per anni dimenticò che nel giorno della strage di via Fani l’allievo e collaboratore del presidente della DC, Franco Tritto, si era precipitato al Viminale a denunciare Sokolov. Omissioni, fatali dimenticanze, clamorose inattività di fronte a una valanga d’informazioni sul progetto di sequestro: troppe per poter giustificare la totale paralisi dell’intelligence e del Ministero dell’Interno.

Durante i 55 terribili giorni di prigionia, le operazioni per la liberazione dell’ostaggio erano state affidate, dai vertici dello Stato – Cossiga in primis – a un “comitato di crisi” che esautorò di fatto la Procura di Roma: molti membri del suddetto comitato coincidevano, misteriosamente, con affiliati alle liste di Gelli.

L’8 maggio 1978, tutto era pronto per il blitz in via Montalcini: fu allestita, all’interno di un tendone militare e al riparo da sguardi indiscreti, anche un’infermeria per eventuali feriti.

(…) ma accadde l’impensabile. Quello stesso giorno, alla vigilia dell’irruzione, ci comunicarono che dovevamo preparare i nostri bagagli perché dovevamo abbandonare la missione. (…) Andammo via tutti, compresi i corpi speciali per il blitz e gli agenti segreti. Rimanemmo tutti interdetti perché non capivamo il motivo di questo abbandono. La nostra impressione fu che Moro doveva morire4.

Nell’appartamento sovrastante il covo dei terroristi, ricorda sempre Archimede, i reparti inglesi del SAS avevano piazzato le microspie e i registratori: una volta abbandonata la missione era però necessario distruggere le prove. Così, le relative bobine risultano ormai irreperibili.

Concludiamo eseguendo” avevano comunicato, il 5 maggio, le Brigate Rosse: Aldo Moro fu abbandonato al suo destino.

L’opera di Imposimato irrompe nella memoria collettiva degli italiani a sgomberare vecchie convinzioni sedimentate nei ricordi di un passato che, ancora oggi, torna a suonare il campanello della casa prigione. Là dentro, in via Montalcini 8, una spettrale verità attende di essere finalmente rivelata.

Note:
1 Ferdinando Imposimato, I 55 giorni che hanno cambiato l’Italia. Perché Aldo Moro doveva morire? La storia vera, Newton Compton 2013, pag. 164.
2 Ivi, pag. 114.
3 È quanto emerge da un documento del Ministero della Difesa, Rif. G-219, datato 2 marzo 1978. Cfr. Op. Cit. pag. 130.
4 Op. Cit., pag. 169.
Flora Liliana Menicocci
Giornalista, ha sperimentato la scrittura in Rete fin dal 2003 e successivamente è approdata alle pagine di un quotidiano nazionale. Collabora con i periodici «Africana» e «Metodo». Nel 2013 ha fondato «Generazione X».

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