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Repubblica Centrafricana: fra macerie fumanti e morti, s’avvia la delicata fase di transizione

È drammatica e angosciosa la condizione di vita degli abitanti (in prevalenza neri bantu e sudanesi) dello Stato dell’Africa centrale, ormai quasi un’entità fantasma, con capitale Bangui: non solo una pesante arretratezza economica opprime l’intero paese, ma soprattutto l’instabilità istituzionale e politica ha raggiunto livelli di guardia allarmanti. Ribellioni e violenze di ferocia inaudita si susseguono senza tregua; per i civili centrafricani dispersi tra la foresta pluviale e la savana, ogni nuova alba rischia di essere l’ultima. L’ex colonia dell’Africa Equatoriale Francese (detta Oubangui-Chari sino al raggiungimento, nel 1960, dell’indipendenza) ha già affrontato vari decenni di conflitti, tensioni, insurrezioni e un crescendo di guerriglie, nonché golpe militari. Con un colpo di Stato, nel 2003 era salito al potere il generale François Bozizé Yangouvonda (n. 1946), autoproclamatosi sesto Presidente della martoriata Repubblica Centrafricana (RCA). Confermato con il 64, 37% delle preferenze al primo turno elettorale nel 2011, Bozizé è stato rovesciato il 24 marzo scorso, quando i ribelli Séléka (alleanza in lingua sango)– una coalizione musulmana comandata da Michel Am-Nondokro Djotodia (n. 1949) – presero d’assalto il palazzo presidenziale, costringendolo alla fuga in Camerun. Sulla sua testa pende attualmente un mandato di cattura internazionale per crimini contro l’umanità: 22 omicidi, 119 esecuzioni sommarie e migliaia di devastazioni nei villaggi sono le accuse formulate dalla procura della RCA1 contro François Bozizé. Nel mentre, il Paese – ove l’80% della popolazione è di fede cristiana – è precipitato in un’infuocata spirale di guerra fratricida. Dall’inizio del mese di dicembre si erano intensificati gli scontri: oltre un migliaio i morti. A Bangui, il macabro ritrovamento fra le sterpaglie di esili, giovanissimi corpi decapitati e mutilati, delinea l’orrore quotidiano di una guerra in cui si è giunti persino a compiere ignobili vendette sui bambini-soldato: vittime strumentalizzate e innocenti. Circa un anno fa, dallo scoppio delle violenze, il numero totale degli sfollati ha raggiunto l’esorbitante quota di 785mila (sul totale di circa tre milioni e mezzo di abitanti): di questi, almeno 100mila anime si sono rifugiate presso l’aeroporto internazionale di Bangui – tuttora presidiato dai veicoli blindati francesi. Il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite (WFP), impegnato nella distribuzione di viveri, ha lanciato un appello per quasi 107 milioni di dollari al fine di aumentare le razioni di cibo e fornire assistenza – da gennaio ad agosto – ad almeno 1,25 milioni di persone.

L’operazione Sangaris, avviata dall’ex potenza coloniale francese il 5 dicembre 2013 – a supporto della Mission internationale de soutien à la Centrafrique sous conduite africaine (MISCA)2 – si è configurata come ambigua fin dall’inizio. I 1600 soldati francesi schierati sul territorio della RCA (assieme ai 2500 militari africani già attivi in zona) si sono trovati dinanzi a uno scenario ben più complicato del previsto. Gli scontri tra le milizie cristiane anti-balaka (anti-machete, l’arma utilizzata dai ribelli islamici) e gli oppositori sono sfuggiti di mano allo stesso capo della coalizione Séléka – Djotodia – incapace di arrestare l’escalation di esecuzioni in massa, stupri, saccheggi e omicidi. Addirittura, nel caos imperante le truppe di pace avevano preso a schierarsi erroneamente al fianco dei contendenti, aggravando e fomentando una guerra civile che dovrebbero, al contrario, estinguere3. Un equivoco imperdonabile.

Infine, il segretario generale della Comunità economica degli Stati dell’Africa centrale (Ceeac) ha comunicato, il 10 gennaio scorso, l’annuncio delle attesissime dimissioni del presidente golpista della Repubblica Centrafricana, Michel Djotodia, e del premier Nicolas Tiangaye. Dimissioni che hanno suscitato speranza e festeggiamenti lungo le strade della capitale, nei villaggi fantasma e tra le rovine delle case date alle fiamme: il presidente ad interim Alexandre-Ferdinand Nguendet ha esordito annunciando la fine dei disordini e l’avvio della fase di transizione. In questo frangente, il Parlamento provvisorio di Bangui, riunitosi in seduta straordinaria, sta per eleggere un nuovo Capo dello Stato. Nonostante ciò, la crisi politica e umanitaria ha assunto proporzioni abnormi, e resta ancora irrisolta.

Manifestazione contro lo sfruttamento neocoloniale francese delle risorse nella Repubblica Centrafricana
Manifestazione contro lo sfruttamento neocoloniale francese delle risorse nella Repubblica Centrafricana

Secondo Philippe Hugon, esperto d’Africa presso l’Insitut de relations internationales et strategiques (Iris), il primo obiettivo sarebbe gettare le basi di una riconciliazione interreligiosa duratura e indire entro l’anno nuove elezioni. Tra il dire e il fare, c’è di mezzo il mare. Nel caso della Repubblica Centrafricana, si tratta di un mare d’oro, diamanti, uranio, fosfati, bauxite e petrolio. Non sarebbe logico o realistico dare per scontato che le multinazionali dell’ex potenza coloniale francese siano disinteressate alla gestione delle suddette risorse. Ricordiamo infatti che la Francia è il principale – seppur non l’unico – partner commerciale della RCA: Air France, France Telecom, Castel, Bolloré sono pur sempre fra i maggiori investitori nel Paese. Senza tralasciare l’innegabile valore geopolitico e strategico della regione, confinante a settentrione col Ciad, a meridione con Repubblica Democratica del Congo e Rep. del Congo, con Sudan e Sudan Meridionale ad est e Camerun ad ovest.

Nell’ultimo decennio la Francia ha visto dimezzarsi la fetta di mercato acquisita in passato nella fascia subsahariana dell’Africa: le potenze asiatiche emergenti – più Brasile e Sudafrica – sono sopraggiunte a reclamare una ghiotta porzione di torta. Per recuperare terreno, la politica estera francese ha – per via diplomatica – mirato al posizionamento di uomini chiave in Ciad (come l’attuale presidente ciadiano in carica, Idriss Déby Itno), Camerun, Niger e privilegiato la strategia interventista in Costa d’Avorio, Mali, nonché in Libia sino alla recente operazione militare nella Repubblica Centrafricana – ove il medesimo Bozizé ha contraddittoriamente accolto i soldati della Sangaris come una salvezza.

Oggi saranno liberi i popoli centrafricani di scegliere il proprio futuro?

Note:
1 RFI, RCA: François Bozizé visé par un mandat d’arrêt international, 1° giugno 2013.
2 MISCA: missione di peacekeeping dell’Unione Africana nella Repubblica Centrafricana, approvata all’unanimità il 5 dicembre 2013 dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con risoluzione N. 2127.
3 Analisi Difesa, Centrafrica: se le truppe di pace si schierano con i contendenti, 27 dicembre 2013.
Flora Liliana Menicocci
Giornalista, ha sperimentato la scrittura in Rete fin dal 2003 e successivamente è approdata alle pagine di un quotidiano nazionale. Collabora con i periodici «Africana» e «Metodo». Nel 2013 ha fondato «Generazione X».
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