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Tv: da cassonetto sistemico a pixel d’uso

Il film attua una ‘forma interna’ attraverso un ritmo individuale-universale, proprio come lo realizzano pittura, scultura, scrittura ma con una differenza: quest’ultime manifestano la ‘forma interna’ rappresentandola in un’immagine che rapprende in unica posizione le precedenti e successive, mentre il lungometraggio la crea mediante un contesto sequenziale, ossia il cosiddetto soggetto trascorso, attuale o futuro. Per far questo e renderlo fruibile alla massa, o perlomeno agli interessati di un determinato genere si oppongono una serie di fattori posti nella visione al pubblico dell’arte cinematografica attraverso il piccolo schermo. Sappiamo come la gestione dell’attuale modello di sviluppo unita al regime liberal-capitalistico di stretto monopolio abbia significato, prima di tutto, un facile asservimento del mezzo televisivo all’establishment. Questo è stato agevolato non poco dalla natura del tramite che permette di raggiungere l’utente all’interno della propria casa, svincolando in un secondo momento la produzione di film dall’enorme problema che è la distribuzione del messaggio, e illudendo l’alienato spettatore casalingo sia egli a scegliere il film o programma. I nefasti epiloghi della lottizzazione dell’etere li abbiamo sotto gli occhi (impero democristiano 1954-75; riforma spartitoria della Rai 1975; nascita dell’etere a impianto berlusconesco: 1978, ecc.).

 

Nel cinema – prima dell’affermazione televisiva – la situazione era per alcuni versi opposta. Non appariva semplice, ma neppure impossibile giungere alla produzione di messaggi che, ben lungi dal riprendere e diffondere l’ideologia dominante, potessero arrivare a porla totalmente e radicalmente in discussione. Ecco che allora il controllo da parte del sistema doveva avvenire contemporaneamente a più livelli e soprattutto essere pressoché totale per quanto riguarda(va) propagare ciò che l’omologazione impone(va) per evitare che prodotti ‘all’indice’ avessero/abbiano facile accesso all’utenza.

Con lo sviluppo di nuovi sistemi di produzione filmica – quali la digitalizzazione, anche attiva, alla portata pure di tasche modeste, programmi per grafica, missaggio, equalizzazione (presenti in ogni sistema operativo Pc o Mac), ecc. – la diffusione del cinema sta compiendo un grande balzo in avanti. Al contempo la sensibilità del pubblico (almeno in una fascia che, percorrendo la GX, va dagli adolescenti d’élite ai più o meno sessantenni, che all’alba dei computer avevano da poco compiuto la maggiore età) da tempo ha perso ogni speranza che la tivvù proponga un buon prodotto, per non dire delle criminali interruzioni pubblicitarie. A tal proposito immaginiamo nel Refettorio di Santa Maria delle Grazie a Milano, l’Ultima Cena divisa in due pareti e nel mezzo un babbonatale con una cocacola in mano. Pensate faccia un effetto diverso uno spot in un film di Fellini o di qualsiasi altro regista?

Di conseguenza l’esigenza di cercare altrove risposte – in rete o attraverso scambi con figlie, figli, amici, colleghi, ecc. – sta conducendo la coscienza del fruitore di qualità a trasformare la tivvù non più in fine (sacro rispetto del sarcofago) ma in mezzo (lettore-riproduttore). Ossia semplice e passivo player di ciò che noi vogliamo, noi amiamo, noi cerchiamo. Rovesciare la bàlia meccanica e imbonitrice dell’apparato di potere, che compie se stesso e si realizza in virtù della spazzatura che accumula prima, distribuisce dopo, e nella quale si specchia compiaciuto.

Siccome il cinema si vede al buio e la televisione con le luci accese, iniziamo a spegnerle.

Andrej Ždanov
Risiede in Italia dal 1976. Si occupa di sociologia, musica e storia dell’arte, scrive su riviste di settore e insegna presso istituti medi superiori sia in Italia che all’estero.
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