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Africa: le splendide arte e urbanistica dell’antica Benin

I pregiudizi di ordine culturale hanno nascosto ed eliminato – per lunghissimo tempo – dalla visione conoscitiva della percezione comune, l’antichissima storia dell’arte africana. E càpita spesso, quando focalizziamo nei nostri archetipi estetici, la grandiosità delle creazioni egizie – che studiamo, incantati e commossi, attraverso un manuale o fissiamo sul posto – ci sfugga completamente che essa arte sia patrimonio di una civiltà fondata da uomini e donne neri, che la costituirono dal nostro mare sino a meridione del loro continente. Era il 1903 quando Maurice de Vlaminck (1876-1958), paesaggista franco-belga, iniziò a condurre da noi l’arte subsahariana, che avrebbe poi condizionato profondamente il Primo Novecento europeo in artisti quali lo spagnolo Pablo Picasso (1881-1973), l’italiano Amedeo Modigliani (1884-1920), l’anglo-statunitense Sir Jacob Epstein (1880-1959) pioniere della scultura moderna, il belga Constant Permeke (1886-1952), il francese Fernand Léger (1881-1955), il romeno Constantin Brâncuși (1876-1957), lo spagnolo Joan Miró i Ferrà (1893-1983), lo svizzero Paul Klee (1879-1940), i tedeschi Erich Heckel (1883-1970), Ernst Ludwig Kirchner (1880-1938), Emil Nolde (1867-1956) e Max Pechstein (1881-1955), ecc. Però, oltre alla suddetta, la cultura africana dà innumerevoli saggi di magistralità, e fra questi l’emblematico esempio che da tre millenni fiorisce nel territorio dell’odierna Nigeria. Esso – più antico di quello della Grecia classica – ha fatto germogliare squisite e meravigliose sculture dall’estrema fragilità e bellezza non agevolmente ammirabili, e custodite per motivi di sicurezza nei sotterranei del Paese nigeriano. Vi sono opere che risalgono alla remotissima cultura di Nok, il villaggio nei pressi del quale furono trovate nel 1949 le prime pregevolissime statuette di terracotta databili al 900 a.C., dal britannico Bernard Evelyn Buller Fagg (1915-87). La stessa Nok si segnala per la forgiatura del ferro a partire dal 500 a.C., che apparve in Africa nera quasi nello stesso periodo della fusione e della fabbricazione di oggetti in rame. S’è sempre pensato, invece, che la lavorazione del rame fosse in anticipo di millenni su quella del ferro.

Altri esempi lampanti dell’arte africana sono le attestazioni della ricercatezza ornamentale della reggia Igbo d’Ukwu (Nigeria orientale), della perfezione formalistica degli artisti di Ife, l’urbe sacra capitale degli Yoruba e della magnificenza dei monarchi di Benin, la città-Stato che assurse il rango di più potente dell’Africa1. L’antico regno beniniano di grande fama per le sue sculture in bronzo, di cui parleremo.

Iniziatore della stirpe del regno di Benin (a poco meno di 150 km dal tratto finale del fiume Niger) fu Eveka, un principe originario di Ife (nord-ovest) sede dell’Oni, il capo religioso degli Yoruba, e sepolcro dei sovrani. Da Ife si dispersero i fondatori degli Stati yoruba. Il regno di Benin, che risale al sec. XII, non era vasto e ciò che lo rese famoso al mondo sono, appunto, i suddetti capolavori d’arte e specialmente urbanistici. Benin appariva, stando ai diari dei viaggiatori dei secc. XVI-XVII, non solo una grande metropoli ma pur da compararsi con le maggiori città europee del tempo. Nel 1602 un viaggiatore olandese sottolineava:

La città appare assai grande: entrando in essa, imboccata una grande, ampia strada non selciata, forse sette o otto volte più ampia della via Warmoes ad Amsterdam, essa va sempre diritta e non piega mai… questa strada si calcola che sia lunga un miglio (vale a dire un miglio olandese, che equivale a circa quattro miglia inglesi) oltre ai sobborghi. Alla porta, quand’io entrai a cavallo, vidi un bastione molto alto, di terra molto spessa, con un fossato largo e assai profondo… Al di fuori di questa porta, c’è un grande sobborgo. Quando voi siete nella grande strada anzidetta potete vedere molte grandi strade ai lati di essa, che parimenti vanno diritte… Le case di questa città sono disposte in buon ordine, luna accanto all’altra, come le case in Olanda2.

La pianta della città di Benin (www.wysinger.homestead.com)
La pianta della città di Benin

Benin era una città circondata da mura; si estendeva per circa un miglio quadrato, con una successiva cinta muraria che si allargava nella campagna attorno, pure per sei miglia. Sin verso il sec. XIII la popolazione autoctona era in possesso di quella cultura tratteggiata dai viaggiatori olandesi di quattro secoli dopo.

Gli Yoruba, d’altronde, sono il primo popolo nero che ha sempre teso ad organizzare i propri governo ed amministrazione urbanisticamente: Ibadan, che congiunge la savana alla foresta, al momento dell’indipendenza della Nigeria (1960) era la prima sua città e la terza africana dopo il Cairo e Johannesburg. Ad Ife, per esempio, che fu la prima pólis yoruba, il rinvenimento di vaste pavimentazioni mattonate, ha dimostrato che la città risalga almeno al sec. XI d.C.

L’attuale attenzione verso la città-Stato di Benin iniziò con la scoperta di un vasto numero di manufatti dell’arte di corte: fusioni a stampo in ottone e rimarchevoli oggetti in avorio, depredati dai britannici nel 1897 nel corso di alcune loro spedizioni. Successivamente l’etnografo tedesco Leo Frobenius (1873-1938) pose in evidenza la maggiore finezza in sculture in ottone e terracotte, venute alla luce ad Ife. Col trascorrere del tempo le ricerche in campo archeologico penetrarono a fondo la conoscenza di quest’arte. I tesori di Ife, sculture a grandezza naturale delle teste di trascorsi monarchi e sovrane, scolpite in una bellezza e realismo stupefacenti, posero l’arte africana ai massimi livelli. Gli studi permisero di stabilire che le teste dei re, in un primo momento, erano veristiche ma col passare dei secoli avevano assunto proporzioni stilizzate. Oltre a ciò una delle maggiori espressioni di Benin è composta di un’estesa successione di piastre in ottone fuso a stampo (complessivamente se ne enumerano in circa un migliaio) che rappresentano episodi di storia patria e leggendaria di Benin, e che in tempi andati decoravano il palazzo dei re.

La maniera artistica di Ife e di Benin, con l’eccezionale livello di abilità per la fattura delle fusioni così raffinate attraverso il sistema degli stampi a cera persa, stupì gli studiosi europei, e nuove ricerche archeologiche non solo hanno confermato l’antichità delle culture delle due città, bensì hanno stabilito che non subirono influenze esterne.

La regione ha creato opere di pari bellezza in terracotta, pietra, avorio e maggiormente raffinate in legno e zucca, materiali che però stentano a durare per trasformarsi in traccia della memoria futura. Inoltre le più antiche culture in metallo ad oggi identificate nell’area sono i magnifici bronzi dagli scavi della suddetta Igbo d’Ukwu che risalgono al sec. IX d.C. Bronzi realizzati in uno stile non molto dissimile dalla suprema tradizione d’Ife e Benin le quali, assieme, associavano l’arte ai compiti rituali dei sovrani e alle funzioni sacerdotali, di società ricche e perfettamente organizzate. Acme dell’arte nera. Migliaia di esemplari a prova di una tecnica evoluta e raffinatissima sviluppatasi sino al sec. XVII.

Note:
1 Da non confondere con l’attuale Stato che porta lo stesso nome dal 30 novembre 1975, dopo essersi chiamato Dahomey sin dall’indipendenza del 1° agosto 1960.
2 Roland Oliver, John D. Fage, Breve storia dell’Africa, Einaudi, Torino 1974, p. 105.
Giovanni Armillotta
Giovanni Armillotta è direttore di «Africana» (Lucca), rivista di studi extraeuropei: periodico di classe A, per il settore 14/B2: Storia delle Relazioni Internazionali, delle Società e delle Istituzioni Extraeuropee, secondo l’Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca. Inoltre essa è fra le quattordici riviste italiane consultate dall’«Index Islamicus» dell’Università di Cambridge.
http://www.giovanniarmillotta.it

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