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Gli imperi subsahariani. I grandi Stati dell’Africa Nera

Parte prima: Gana1, Mali e Songhai

Cinquantasette anni fa, il 6 marzo, la Costa d’Oro diventò indipendente con il nome di Ghana, avviando il processo di decolonizzazione africano che giungerà al suo culmine nel 1960. In quell’anno ben diciassette colonie conseguirono il riscatto nazionale. Fra queste anche il Sudan Francese scelse un simbolo di forte permeanza: Mali. Nel 1975 fu il Dahomey a mutare toponimo, optando per il nome dell’antica Benin, e cinque anni più tardi la Rhodesia Meridionale innalzò la bandiera del nuovo Stato, chiamandosi Zimbabwe. Le suddette intitolazioni geografiche non rappresentavano unicamente un riferimento al luminoso passato del Continente, ma riassumevano una sintesi fra l’epico, il glorioso e lo storico: eco dei grandi Stati dell’Africa nera. Il tratto fondamentale di imperi e regni subsahariani era l’adozione di istituti analoghi al punto da ritenere di essere derivati da una fonte comune. Dagli antichi Gana e Zimbabwe, distanti migliaia di chilometri, studiosi e storici parlano di una comune civiltà ‘sudanese’, che nulla deve ad apporti asiatici. Il termine ‘sudanese’ si lega al significato che ha la parola araba al-sūdān, ossia nero.

Queste centri di autorità, s’irraggiavano a distanze più o meno grandi a seconda delle epoche, in virtù della forza e del dinamismo dei capi. Al loro vertice vi erano re a cui erano attribuiti poteri divini e tributati onori di tal fatta. Il numero dei sudditi poteva andare da poche migliaia a qualche milione. L’impero ‘sudanese’ si diversificava dal tipo feudale, bensì impostato su una sorta di burocrazia non scritta. Il sovrano riponeva il proprio potere non in una famiglia o clan – di per sé coesi e quindi difficili a scardinare in caso di scalata surrettizia al potere. Il re delegava l’amministrazione nelle mani di funzionari (in genere tre-quattro), i cui nomina e sollevamento erano fissati dallo stesso monarca. La responsabilità dei compiti istituzionali risiedeva nella riscossione dei tributi per il mantenimento della corte, degli abitanti di capitali e grandi città; nel controllo delle merci più preziose: avorio, cibi, bevande, noci di cola, oro, pelli, rame, sale, schiavi; e nel mantenimento ed addestramento degli eserciti. Inoltre il commercio estero era monopolio regale.

La presenza di entità statuali in Africa subsahariana, fu per la prima volta testimoniata da alcune spedizioni inviate dall’imperatore romano d’Oriente, Eraclio I (575-610-41) e queste notizie continuarono sino al 1000; ciò fece credere a più antichi elementi di organizzazione civica ed ad ulteriori stanziamenti.

L’impero del Gana

La prima entità statuale (che aveva il suo centro a quasi 800 km. a nord-ovest dal confine più vicino dell’odierno Paese omonimo) sarebbe stata fondata intorno al sec. IV dC da elementi berberi e Soninke (detti anche Sarakolle: ibridi di berberi e neri). Fra il 1067 ed il 1068 il geografo arabo di Córdoba, al-Bakri (1014-94) scrisse che l’esercito del Gana contava 240 mila uomini più la cavalleria. Ulteriori studiosi arabi parlarono delle grandi ricchezze auree e dei commerci che giungevano in/da ogni angolo del mondo. Infatti nel Medioevo e fino alla scoperta dell’America, il Gana fu il più importante fornitore d’oro ai Paesi del Mediterraneo. Il geografo di Nisibis2, Ibn Hawqal (sec. X) affermava nel 977: “Il re del Gana è il re più ricco della terra”, ed un viaggiatore arabo riportava: “Nel Paese del Gana, l’oro spunta nella sabbia come le carote. Lo si raccoglie all’alba”3. Al-Bakri stesso parlò della capitale costituita da case di pietra e dalle dodici moschee del quartiere musulmano; mentre il re viveva in un castello ornato da pitture e sculture con le finestre vetrate.

Sotto la dinastia trisecolare dei soninke Tunkara del grande re nero Kaya Magan Sisse (sec. VIII), il Gana conobbe – nei secc. IX-XI – il massimo splendore, estendendosi dall’atlantico Senegal sino a Timbuctù: quella che poi sarà la città magnifica dell’impero del Mali, arca di cultura, sapienti, filosofi e medici illustri, nonché centro commerciale di primissimo livello.

Gli imperi del Mali e di Songhai

Nel 1076 il Gana fu conquistato dagli Almoravidi, il cui potere scemò dieci anni dopo, dando la possibilità allo Stato di riacquistare l’autonomia. Ma nel 1240 il Gana fu assorbito dal Mali, Paese fondato nel sec. XI e retto da una dinastia di re neri originaria dal margine settentrionale del Futa Gialon (oggi Guinea). Fra i propri sovrani, si ricorda ancora il coltissimo e potente Mansa [imperatore] Kankan Musa (1280-1312-37) celebrato dal viaggiatore e geografo marocchino Ibn Battuta (1304-69) e dal celebre storico di Tunisi, Ibn Khaldun (1332-1406). L’impero di Musa era estesissimo: dall’Atlantico ad est dell’ansa del Niger e intratteneva ottimi rapporti diplomatici e commerciali con l’Egitto. Al Cairo, mentre si recava in pellegrinaggio alla Mecca (1324), i mercanti veneziani videro Musa, e testimoniarono in Europa la fama della sua magnificenza da leggenda. Nella capitale egiziana acquistò, in specie, testi giuridici che arricchirono le biblioteche di Timbuctù.

Egli chiamò nel suo Paese dotti e letterati bianchi e l’arabo di Granada, Abû Ishaq Al-Sahali (1290-1346), poeta ed ingegnere, che rinnovò l’architettura sudanese e creò uno stile proprio. Al-Sahali riedificò Timbuctù, innalzò moschee e innovò il disegno urbano attraverso soffitti di legno e terrazze. Musa conquistò Gao, togliendola all’impero Songhai, che poi gli si sottomise. Le più antiche stele funerarie della città, i Songhai le facevano scolpire dai maestri spagnoli, trasportate colà da carovane attraverso il Sahara.

Il fratello di Musa, Sulayman, regnò dal 1341 al 1360. Ibn Battuta affermò che l’Impero era diventato il punto d’incontro delle civiltà sudanese, maghrebina ed egiziana. A corte egli fu ricevuto da Sulayman che indossava un abito rosso di produzione europea, forse di foggia italiana. Nell’insieme Ibn Battuta restò grandemente impressionato da ordine e prosperità:

[gli abitanti] sono di rado ingiusti, e più di qualsiasi altro popolo hanno orrore per l’ingiustizia. Il loro sultano non dimostra clemenza a nessuno che sia colpevole anche del più piccolo atto del genere. Nel loro paese c’è sicurezza assoluta. Nessun viaggiatore o abitante ha nulla da temere da ladroni o delinquenti4.

Con la morte del re lo splendore del Mali iniziò il declino; nel 1468, Timbuctù cadde nelle mani dell’impero Songhai che da quell’anno al 1492 si ampliò quanto quello di Carlo Magno. La gloria del songhai Sonni [re] Ali Ber (?-1464-92) si portò pure in Occidente, e Giovanni II del Portogallo (1455-81-95), gli inviò un’ambasceria. Alla morte di Sonni, il potere passo alla dinastia musulmana, principiata da Askia Muhammad (ca. 1443-93-1538), che varò un’epoca di splendore. Ripartì il Paese in province, rette da governatori, creò un esercito permanente; mecenate di grande fama. Nel 1497 si recò in pellegrinaggio alla Mecca con 500 cavalieri, mille soldati, numerosi dotti ed eruditi e 300mila pezzi d’oro. Il sultano della Città Santa, gli concesse il titolo di califfo. La dinastia ampliò i confini dello Stato e delle conoscenze, al punto che il geografo arabo Leo Africanus (al-Hasan ibn Muhammad al-Wazzan al-Fasi, 1485-1554) affermava che nel Songhai la ricchezza di un uomo si misura dal numero di libri della sua biblioteca. L’impero Soghai crollò il 13 marzo 1591, dopo che il Marocco, fatti trasportare cannoni inglesi attraverso il deserto da spagnoli convertiti e cristiani schiavi al proprio servizio, sconfisse l’impero a Tondibi, 50 km. dalla capitale Gao.

Note:
1 D’accordo con Pierre Bertaux, senz’acca, per distinguerlo dal Ghana d’oggi.
2 Già Antiochia Mygdonia, oggi Nusaybin, Turchia.
3 P. Bertaux, Africa. Dalla preistoria agli Stati attuali, Storia Universale, Vol. 32, Feltrinelli, Milano 1968, p. 49.
4 Roland Oliver, John D. Fage, Breve storia dell’Africa, Einaudi, Torino 1974, p. 85.
Giovanni Armillotta
Giovanni Armillotta è direttore di «Africana» (Lucca), rivista di studi extraeuropei: periodico di classe A, per il settore 14/B2: Storia delle Relazioni Internazionali, delle Società e delle Istituzioni Extraeuropee, secondo l’Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca. Inoltre essa è fra le quattordici riviste italiane consultate dall’«Index Islamicus» dell’Università di Cambridge.
http://www.giovanniarmillotta.it

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