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Gli imperi subsahariani. I grandi Stati dell’Africa Nera II

Kanem-Bornu, Zimbabwe

Nella nostra breve e non esaustiva rassegna degli antichi Stati africani ci soffermeremo, sulle entità poste fra il centro ed il meridione del Continente. Esse furono contraddistinte – come negli Stati sudanesi-occidentali – da re ai quali erano innalzati onori divini e attribuiti poteri di tal fatta, affini al culto dei faraoni egizi. Ciò fino a quando l’Islàm non inizio a diffondersi a nord, nonché a meridione della fascia sahariana. Va pure definito il concetto di controllo politico da parte di codeste autorità – specie per allontanare l’idea di ciò che noi intendiamo per estensione statale. Per cui la dominazione non era altro che il raggio di operatività delle forze militari, dal nucleo verso la periferia, nel compiere incursioni. Esse razziavano beni, schiavi, estorcevano tributi, sapendo di non trovare resistenze in territori contigui e allargantisi. Da lì si potevano stabilire insediamenti di padronanza, in maniera che gli atti di guerra e rapina di ieri, diventassero domani operazioni di commercio e fiscali. Non esisteva un limes, bensì un’elastica espansione e contrazione in zone grigie.

L’Impero del Kanem-Bornu: la dinastia millenaria

Attorno al sec. VII dC emigrazioni di misteriosi Tebu1, di Berberi, pastori, avventurieri, signori feudali, mercanti, guerrieri e predoni – i quali si unirono alle popolazioni nere colà esistenti – iniziarono a porre le basi di uno Stato dinastico che in principio ebbe nome Kanem, e successivamente Bornu. Essò si sviluppò alla medesima latitudine degli Stati analizzati nella prima parte del contributo e attorno al lago, oggi Ciad.

Nel clima della savana la costituenda realtà statuale sfruttò in pieno la funzione di essere il fondamentale incrocio delle vie carovaniere: mediterranee, tripolitane ed egiziane a nord, nilotiche ad est, sudaniche a ovest e verso sud quale riserva di schiavi per i trafficanti del settore.

La dinastia dei re (mai) Sefuwa ebbe inizio intorno all’800 dC. Il re Hume (1086-97) abbracciò la fede islamica. Lo Stato (cap. N’jimi) prosperò essenzialmente sul commercio schiavistico. Sotto il re Dunama Dibbalemi (1221-59) il Kanem si estese verso nord al Fezzan, a est sino allo Uadai ed ad ovest al Niger. Nel 1242 Dunama aprì un quartiere per gli studenti al Cairo. La ribellione dei vassalli Sao, Tebu e Bulala indusse la dinastia, verso la fine del sec. XIV a trasferirsi nel Bornu (cap. Ngazargamu), il quale si estese sino a Camerun e lago Fitri a principio del sec. XVII. Lo Stato resisté alle pressioni di Berberi e Tuareg per due secoli. Nel 1846 lo sceicco (shehu) ‘Umar (capo militare, novello Pipino) fece giustiziare il re Ibram, mettendo fine a una dinastia millenaria. Il destino dei Merovingi africani era compiuto. La fine del Bornu è a metà del sec. XIX, quando il traffico degli schiavi fu proibito dagli imperialisti anglo-francesi, in quanto non più redditizio.

Zimbabwe: fra monomotapa e Changamire

A sud del Continente le maestose costruzioni tutte in pietra (torri coniche, grandi mura di cinta erette dai Changamire), le più note delle quali si trovano nelle necropoli di Grande Zimbabwe, Mapungubwe, Dhlo-Dhlo, Khami, Naletale, Inyanga, ci permettono di stabilire che fiorì una grande civiltà nei secoli che vanno almeno dal X al XVII. I testimoni portoghesi, che giunsero là a fine sec. XVI, descrissero la situazione da loro trovata in quelle regioni dove appariva evidente che, al di là della frantumazione politica coeva, la struttura di quella società era omogenea e basata sui caratteri tipici della monarchia divina sudanese. Grande Zimbabwe si estende su circa 240 kmq. e include mura alte 10 m. con un spessore di 4,5 m. alla base. Tali siti (dzimba dzembabwe, case di pietra) potevano solo essere capitali e città di culto di Stati dotati di sistemi progrediti.

A parte le rovine vi sono testimonianze di miniere sfruttate di oro, rame, ferro stagno, piombo. Lo stesso significato di monomotapa (mwene mutapa) è forse signore delle miniere, oltre re dei Vakaranga. E tale formazione statale esisteva già da parecchi secoli prima che i Lusitani appurassero per la prima volta l’esistenza.

Il territorio dominava la valle dello Zambesi per quasi 900 km. della sua lunghezza, dal lago di Kariba all’Oceano Indiano, ma i monomotapa non riuscirono a soggiogare la regione fra l’attuale Bulawayo e Grande Zimbabwe, ove si era costituito uno Stato retto dalla predetta dinastia dei Changamire, del popolo BaRotze (1684-1834). L’impero dei monomotapa cadde nel 1628 ad opera delle forze di Lisbona e degli stessi Changamire. Questi ultimi furono poi sconfitti nel corso delle emigrazioni dei guerrieri Zulu nel sec. XIX.

Note:
1 “In quest’immensa regione, abbiamo visto che il popolo dei Sao appartiene alla leggenda e all’archeologia più che alla storia. Un po’ del sangue di questo popolo scomparso scorre ancora, per esempio, nelle vene dei Kanembu? Oppure in quelle dei Tebu (che chiamano se stessi Teda; il nome Tebu, con cui li designano gli Arabi e i Kanuri, significa letteralmente: gli uomini del ciottolo), pastori nomadi del Tibesti, dalla pelle piuttosto scura, ma dal naso aquilino e dalle labbra sottili e dai capelli poco crespi? Tra i Tebu l’uomo è pastore nomade, mentre le sue donne sono sedentarie : ogni moglie ha il suo orto nel palmeto, alleva i suoi figli e sorveglia il lavoro del proprio domestico negro. Questi Tebu, che per il momento non si possono ricollegare né ai Negri né agli Arabi né agli Egiziani né ai Berberi né ai Tuareg, rappresentano forse un vestigio di antichissime popolazioni del Sahara. Sembra che in certi periodi abbiano conosciuto un’estensione considerevole, ben oltre il loro habitat attuale, limitato al massiccio del Tibesti e ai deserti piatti che lo circondano” (Pierre Bertaux, Africa. Dalla preistoria agli Stati attuali, Storia Universale, Vol. 32, Feltrinelli, Milano 1968, p. 78).
Giovanni Armillotta
Giovanni Armillotta è direttore di «Africana» (Lucca), rivista di studi extraeuropei: periodico di classe A, per il settore 14/B2: Storia delle Relazioni Internazionali, delle Società e delle Istituzioni Extraeuropee, secondo l’Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca. Inoltre essa è fra le quattordici riviste italiane consultate dall’«Index Islamicus» dell’Università di Cambridge.
http://www.giovanniarmillotta.it

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