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La scultura a sud del Sahara alla base del Primo Novecento europeo

Se sfogliamo un testo di storia dell’arte, o un’enciclopedia pubblicati alla fine del sec. XIX o all’alba del XX, notiamo come l’Africa sia del tutto ignorata da critici ed esperti. Un primo serio apprezzamento dedicato all’arte africana – che doveva condizionare profondamente quella europea del Primo Novecento – si ebbe a Parigi nel 1903, quando Maurice de Vlaminck notò due singolari statuette lignee all’interno di un locale. Queste provenivano dal Congo, come tante ch’egli stesso ed altri avevano osservato in precedenza. Ma de Vlaminck intravvide in esse, con un’improvvisa folgorazione, una forma d’arte. Egli convinse il proprietario a vendergli le statuette e le portò al suo amico, il pittore francese André Derain (1880-1954) esponendogli le proprie idee. Assieme si recarono da Henri Matisse (1869-1954), che allora stava gradualmente emergendo quale esponente di un nuovo movimento artistico (fauvismo1). Questi condivise il punto di vista dei colleghi. È curioso constatare, però, che nessuno dei tre Maestri fauvisti subì l’attrazione delle sculture congolesi nei rispettivi esperimenti d’arte primitivista. Attorno al 1906 Matisse aveva iniziato ad acquistare per diletto pezzi di arte nera – che abbondavano come oggetti esotici nei negozietti della capitale francese; egli li mostrò a Picasso, il quale compiva i primi passi nel movimento dei fauves. Picasso – inquietantemente inventivo e di rapida intuizione – da tempo si stava concentrando su motivi d’arte antica iberica, quali temi dei suoi coevi dipinti, e riconobbe all’istante le possibilità di tali forme d’ispirazione promananti dalla collezione di Matisse. E di là ad un anno le sue pitture ‘nere’ affascinarono Parigi. Seguì il proprio periodo cubista, con una ricchezza di soggetti dal Congo a quelli andalusi.

Amedeo Modigliani, Testa, 1911-12, Philadelphia Museum of Art (testedimodigliani.xoom.it)
Amedeo Modigliani, Testa, 1911-12, Philadelphia Museum of Art

Nel 1909, quand’ormai il periodo subsahariano del Maestro era al tramonto, Modigliani, da poco giunto in Francia, tormentato dalle sculture nere, prese a creare le immortali femmes allongés, che rappresentano la più viva impronta dell’influenza diretta dell’arte africana. L’artista livornese interpretò la figura umana secondo moduli geometrici, per ovuli e cilindri, e fissò in loro una sacralità arcana da idolo non solo nei quadri ma anche, e soprattutto, nel gruppo di sculture. Attraverso gli esempi dell’italiano e dello spagnolo, che incisero pure sul già fiorente espressionismo tedesco, la tendenza ‘nera’ si manifestò nella pittura e nella scultura di Berlino e Monaco. Guillaume Apollinaire (1880-1918) fu il primo a scrivere una serie di osservazioni sulla scultura nera. In vari modi e in diversa misura, artisti di molti Paesi si unirono alla corrente2. Scrive Mario De Micheli:

Il rivolgersi, non solo alle suggestioni dei miti primitivi presi in sé, cioè nei loro aspetti di innocenza, di purezza e di lontananza dalla deprecata società borghese, ma anche alle ‘forme’ di cui tali miti si rivestivano, era una maniera in più per portare innanzi, alle sue estreme conseguenze, anche la rivolta contro i moduli figurativi della tradizione europea che pur avevano toccato nell’Ottocento alcuni risultati di grande maturità3.

Dopo il riconoscimento alla scultura subsahariana, iniziarono ad essere collezionate da europei e statunitensi statuette d’arte nera. La maggior parte di esse era in legno, materiale deperibile, per cui in principio del Novecento era raro trovare pezzi che superassero la fattura d’un secolo. D’altronde non sussisteva il ’rischio’ che gli oggetti fossero stati eseguiti su ordinazione o messi su banchetti per un ancora inesistente turismo, bensì erano portati in Europa sull’onda lunga dell’espansione coloniale. Le forme non rappresentavano un frutto della contemporaneità dell’artista, ma proiettavano un retaggio che si perdeva nella notte dei tempi.

Alcuni intagli in avorio, esposti al Museo di Ulm (Germania) infatti erano stati portati in Europa prim’ancora del Secento, assieme a piccoli bronzi dello stesso periodo. Gli Africani, però, preferivano lavorare il legno non conferendo alla propria opera intenzione di posterità, al contrario di Arabi, Ebrei, Genti mesopotamiche, Greci, Persiani, Precolombiani e Romani.

Reperti africani, mescolati con analoghi pezzi d’Asia, Sudamerica, Messico e isole del Pacifico, erano originalmente catalogati da studiosi e critici europei alla stregua di idoli, amuleti, balocchi e monili. Il passaggio ufficiale nei musei avvenne ai primi dell’Ottocento, quando la collezione del cap. James Cook (1728-79) – per la maggior parte proveniente dai viaggi nel Pacifico – fu acquistata dallo Hofmuseum di Vienna.

Una statuetta lignea della collezione di de Vlaminck (www.artnetcom)
Una statuetta lignea della collezione di de Vlaminck

All’Esposizione di Parigi del 1889 gli oggetti africani vennero accoppiati a quelli oceanici, mentre nel 1892, ancora una volta un museo tedesco, quello di Lipsia, si pose in evidenza allestendo una mostra dedicata unicamente all’Africa. Poi grazie agli anzidetti de Vlaminck, Derain e Matisse le statuette cessarono di essere curiosità e diventarono patrimonio artistico.

Gli storici dell’arte da allora si sforzarono di scavare a fondo in documenti, voci e leggende della scultura africana. Nel 1935 il Museo d’Arte Moderna di New York compì quello che è reputato il primo grande e illuminante omaggio all’arte subsahariana. Si raccolsero in mostra 603 pezzi, provenienti dai più importanti musei europei e americani nonché dalle maggiori collezioni private.

James Johnson Sweeney (1900-86) – poi direttore (1952-60) del Guggenheim Museum – elaborò il catalogo della mostra, offrendo un’ampia introduzione storica e critica ed arricchì il lavoro con molte illustrazioni, riassumendo e sintetizzando tutto ciò ch’era stato trovato. Egli concluse che la scultura subsahariana non fosse un movimento singolo e unificato, ma avesse le sue scuole con propri tradizioni e perseguimento d’ideali artistici attraverso schemi canonizzati da ben precise tecniche e norme dipendenti essenzialmente dal tòpos. Sweeney catalogò un numero di gruppi separati, ognuno dei quali possedeva tratti caratteristici da Alto Volta (oggi Burkina Faso), Angola, Camerun, i due Congo, Costa d’Avorio, Dahomey (oggi Benin), Gabon, Ghana, Guinea, Kenya, Liberia, Mali, Nigeria, Sierra Leone, Tanganica (oggi Tanzania) e Uganda. Inoltre delle tribù presentavano particolarità specifiche: Bagafore, Banmana, Habbé, Mossi e Senoufo. In definitiva la scultura africana, sprezzantemente congedata quale infantile da coloro che percepivano l’arte come imitatio orbis, è basata sull’introspezione psicologica, originandosi dagli istinti e dalle esperienze emozionali dei suoi artisti senza nome e dei loro popoli. Essa può paragonarsi alla rilevanza antropomorfica ed all’astratto valore artistico delle creazioni primigenie di Cinesi, Egizi e Indù.

Note:
1 È il primo movimento d’avanguardia, si forma al Salon d’automne del 1905 di Parigi, ove alcuni artisti esposero collettivamente: fu considerata irruzione di “bestie selvagge”, da qui il nome.
2 Per i loro nomi cfr. Africa. Le splendide arte e urbanistica dell’antica Benin.
3 M. De Micheli, Le avanguardie artistiche del Novecento, Feltrinelli, Milano 2005, p. 68.
Giovanni Armillotta
Giovanni Armillotta è direttore di «Africana» (Lucca), rivista di studi extraeuropei: periodico di classe A, per il settore 14/B2: Storia delle Relazioni Internazionali, delle Società e delle Istituzioni Extraeuropee, secondo l’Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca. Inoltre essa è fra le quattordici riviste italiane consultate dall’«Index Islamicus» dell’Università di Cambridge.
http://www.giovanniarmillotta.it
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