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L’arte al servizio della rivoluzione culturale cinese

Fra il 1966 ed il ’76, un evento senza precedenti nella storia – la Grande Rivoluzione Culturale Proletaria – eruppe in Cina e scioccò il mondo. Oggi, a distanza di lustri, la maggior parte dei cinesi non vuol più sentirne parlare o riflettere sull’impatto politico e la portata dell’evento: i ‘dieci anni perduti’ come la definiscono gli storici di quel Paese. Al contrario, la gente è interessata alle creazioni artistiche ch’essa ha prodotto, quali manufatti, manifesti propagandistici e le memorabili creazioni in campo musicale. Molti di quei lavori hanno un immenso valore artistico, ed alcuni di essi sono diventati patrimonio dell’arte moderna. La cultura cinese, com’è noto, ha un’antica e lunga tradizione: ogni epoca ha lasciato un’indelebile impronta. Sebbene la rivoluzione culturale sia durata solo una decade, l’onda emozionale di quel tempo ha sprigionato un’arte al servizio del proletariato e unicamente per propositi politici; al contrario dell’arte di realismo socialista – sulla quale ci soffermeremo in seguito – essa si basò sullo spontaneismo rivoluzionario e non sull’accademismo staliniano di derivazione ‘classica’. Afferma lo studioso singaporiano Yeo Seem Huat:

I lavori d’arte della rivoluzione culturale sono tesori della Cina. Essi riflettono non solo un’era indimenticabile della storia contemporanea, ma mostrano pure un alto livello di creatività e stile unici relativi a quel periodo.

Nel corso della rivoluzione culturale i manifesti furono il primo mezzo di comunicazione; in un momento in cui l’accesso all’informazione era limitato, milioni di questi furono stampati e fatti circolare nell’Impero di Mezzo.

Mao Zedong respingeva l’idea dell’arte fine a se stessa e pretendeva che la politica dovesse divenire il suo scopo per promuovere la mete socialiste del popolo. Nel clima venutosi a creare, l’attitudine del partito comunista su censura o sfruttamento del patrimonio artistico plurimillenario era fondata sulle interpretazioni che il Timoniere dava ai testi del marxismo-leninismo, in specie attraverso i propri studi esposti alla Conferenza di Yenan sull’arte e la letteratura (maggio 1942)1. Su questi presupposti nacque negli anni Sessanta l’arte della Nuova Cina. La drammaturgia sinica non era uno specchio della società, ma si trasformava in un avvincente quadro ritraente le masse – bandiere rosse garrenti ovunque, imprese eroiche di operai, contadini e soldati (specie donne) nell’epopea della lotta di liberazione contro i giapponesi e il Guomindang: una forza estremamente vigorosa per il consolidamento del gruppo dirigente che faceva riferimento a Mao.

Un manifesto per «La ragazza dai capelli bianchi» (1972)
Un manifesto per «La ragazza dai capelli bianchi» (1972)

Come forma di espressione popolare l’opera e il balletto furono le prime arti a riflettere i cambiamenti in corso. Non possiamo fare a meno di ricordare che sotto l’influsso di Jiang Qing, moglie di Mao, videro la luce capolavori coreografici e musicali quali le opere coreografiche su tema rivoluzionario contemporaneo2, nonché il Concerto per pianoforte e orchestra del Fiume Giallo (1969), la cui première europea fu eseguita dal pianista Riccardo Caramella (1988), primo italiano ad aver svolto una tournée in Cina. Opere da ritmi, modi e profili melodici appartenenti alla tradizione nazionale, ma orchestrazione e sinfonismo che rimandano alla scuola occidentale. L’unica stonatura è che negli ultimi anni in Italia si rimuove e dileggia questo tipo di arte specie da parte di alcuni che fino a ieri “ci credevano sul serio”. Disprezzare significa ironizzare sulle tradizioni di un popolo e le sue lotte, al di là di un qualsivoglia personale sentimento politico. Scrive Vittoria Mancini, segretario nazionale dell’Associazione Italia-Cina, che alcuni recenti articoli “offendono la storia della Cina e la cultura del suo popolo” e “hanno toccato il massimo della distorsione storica in occasione della morte della sinologa Enrica Collotti Pischel (11 aprile 2003)”. Non possiamo che essere d’accordo.

Note:
1 Cfr. Discorsi alla conferenza di Yenan sulla letteratura e l’arte (maggio 1942) in Mao Tse Tung, Opere. Teoria della rivoluzione e costruzione del socialismo, New Compton, Roma 1977, pp. 407-429.
2 L’Oriente è rosso (1965), La ragazza dai capelli bianchi (1965), La lanterna rossa (1970), Prendendo la montagna della Tigre con la strategia (1970), Shajiabang [Il villaggio Shajia], ridenominata così da Mao, prima chiamavasi Scintille fra i giunchi (1971), Canto del fiume del Dragone (1972), Il distaccamento rosso femminile (1972), Incursione al Reggimento della Tigre Bianca (1972), Sul porto [di Shanghai] (1972), Il combattimento nella pianura (1974), La montagna delle azalee (1974), Figli e figlie della prateria (1975), Panshiwang [La baia della roccia] (1975), Ode al monte Yimeng (1976).
Andrej Ždanov
Risiede in Italia dal 1976. Si occupa di sociologia, musica e storia dell’arte, scrive su riviste di settore e insegna presso istituti medi superiori sia in Italia che all’estero.

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