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O liberali o esseri umani

I piagnucolii in merito alla non influenza dell’intelligencija liberale sulla politica hanno il merito di porre l’accento sulla mediazione che le forze parlamentari hanno effettuato nel conciliare il partito con le esigenze del capitalismo. Il piccì sin dalla morte di Stalin prese a sfornare/trasformare burocrati, pronti ad amministrare, vent’anni dopo, le regioni con poteri legislativi ed economici. A questo proposito scriveva Aldo Moro sul governo di solidarietà nazionale Andreotti IV (11 marzo 1978):

La […] scelta [della DC], a mio avviso, qualunque cosa essa dichiari, non sarà ideologico politica, ma dettata dalla consapevolezza di poter raggiungere un buon accordo di coesistenza coi comunisti, che non sgretoli le sue posizioni elettorali, e che dia quel tanto di potere (ovviamente condiviso) di cui essa ha bisogno1.

La testimonianza del presidente Dc fa comprendere quanto poco spazio c’era per il liberalismo nel nostro Paese, fin quando non fu scoperto dalla nomenklatura del piccì. Gli altri mai hanno promesso la rivoluzione a noi giovani del “baby boom”. E la Generazione X è – appunto – troppo giovane per poter sapere e comprendere come siamo stati maltrattati, offesi, umiliati e presi in giro da quei signori. L’idealizzazione fittizia liberale – con la sua aura patinata ‘distinta’ dai massimi sistemi – ha fatto da ponte attraverso cui gli apparatčki hanno compiuto i passi del confronto politico all’indomani dello sfacelo scudocrociato:

1) invenzione di Berlusconi con toni feuerbachiani;
2) ‘lotta di classe’ fra Rai e Mediaset;
3) privatizzazione di ferrovie e poste (laddove l’unico grande politico liberale italiano, Luigi Einaudi, auspicava i loro deficit costanti);
4) revisionismo e poi distruzione del welfare state;
5) conflitto d’interessi mai risolto a causa d”interessi’, appunto, condivisi;
6) innalzamento del Volto Santo prodiano trasfigurato a Jan Masaryk nostrale (1998, 2008, 2013);
7) riforma del sistema elettorale quale contrappeso a spartizioni e non ideologie;
8) riforma della Costituzione, che si preferisce erodere ogni tanto, senza clamori.

In seguito il ‘partito’ vistosi dal 1996 in poi, finalmente alla guida di un Paese, nel quale il suo ruolo era stato sempre di professionista dell’opposizione, si chiese: Che fare? rispondendosi: Ci rinventiamo il liberalismo!

A questo punto mi rimetto alle parole di Luca Bellincioni che descrive il passaggio dal crusciovismo becero al liberalismo d’accatto che ha caratterizzato le fonti ‘ideologiche’ di tal schieramento:

Si è giunti ad una parodizzazione dell’ideologia social-comunista, poiché volendo a tutti i costi renderla attuale e riproporla fattivamente secondo programmi antitetici alla sua purezza dottrinale originaria, essa si rivela sempre più sorpassata e palesa tristemente la fine del suo compito filosofico e storico. Ciò implica una domanda: se i ‘comunisti’ di oggi elaborano programmi politici coerenti con lo sviluppo capitalistico del libero mercato, poiché essi stessi devono ammettere i benefici che da esso i paesi occidentali hanno tratto e viceversa i danni che il sistema sovietico ha provocato nei paesi del suo blocco?

Allora perché, in virtù di tale compromesso, i residui di quel partito hanno continuato ad agire come i ‘comunisti’ del dopo Stalin? Che giustificazione palingenetica ha l’esistenza di una sinistra finanziaria schierata con gli Stati Uniti? Bellincioni offre la seguente soluzione:

La risposta è ovvia: il mantenimento del potere all’interno dello Stato nazione, tramite appunto la conservazione stessa della composizione politica attuale e tradizionale, cementata sulla contrapposizione Destra-Sinistra che di fatto si risolve nella mistificante dialettica individualismo-collettivismo2.

Luigi Einaudi (www.mole24.it)
Luigi Einaudi

Già! Ma cos’è il liberalismo? Scomunicato da Pontefici, vilipeso dal marxismo-leninismo, ridicolizzato dal fascismo, detestato dai cattolici. In cosa si è manifestato storicamente? È necessario un excursus storico per meglio individuarlo nei suoi termini attuali.

In Francia, col 1789, la borghesia legò le proprie rivendicazioni politiche all’idea di nazione. Vale a dire che lo Stato nazionale si mostrava alle classi mercantili e imprenditoriali come l’unica forma politica da contrapporre allo Stato feudale. E perciò la borghesia ritenne utile ‘nazionalizzare’ il popolo intero, a cui invece il concetto stesso di nazione era del tutto sconosciuto, ciò affinché costituisse quella base di consenso necessaria per l’istituzione dello Stato liberale. Il processo doveva presto rivelarsi colmo di ostacoli per la borghesia in quanto verso la seconda metà dell’Ottocento le contraddizioni interne allo sviluppo industriale si fecero palesi e in molti iniziarono a farsi portavoce della questione sociale collegandola a progetti politici democratici, comunistici, anarchici o nichilisti. Individuato in queste dottrine un pericolo mortale per la sopravvivenza dello Stato nazionale, gli intellettuali borghesi, divenuti alti funzionari della burocrazia statale si avvicinarono alla vecchia classe aristocratica formando un blocco conservatore antidemocratico. Di qui il dirigismo liberale, con tutte le sue derivazioni più o meno autoritarie, tra cui lo stesso liberalismo statunitense a indirizzo presidenziale, opzione temutissima tradizionalmente pur oggi in Italia.

Va precisato che la concezione della libertà individuale che fonda l’ideologia liberale o liberalista è considerata esclusivamente solo dal lato economico, ossia incentivazione alla libera impresa e al liberoscambio, allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Pertanto lo Stato liberal-dirigista mentre cerca di non intromettersi nella sfera economica, applica il suo dominio in quella civile e umana. Si discosta dallo Stato bolscevico in un non trascurabile particolare: mentre la democrazia popolare si caratterizza per la coerenza (l’intervento in ogni campo), lo Stato liberal-dirigista si manifesta attraverso l’apparenza, poiché l’intervento ed il non-intervento dello Stato rispondono meramente all’interesse delle classi dominanti di preservazione del potere sulle classi proletaria, artigiana, contadina e dei servizi (quest’ultima ‘istituzionalizzata’ all’indomani della seconda guerra mondiale). Così le rende protagoniste passive tramite il non intervento in economia, e omologandole ai propri disvalori. Vedi oggi il grande potere dei mass-media stigmatizzato in tempi non sospetti da Aldo Moro3.

Nello Stato liberal-dirigista lo stesso liberoscambismo si connota di tratti utilitaristici (la difesa degli interessi di una classe, quella aristocratico-borghese poi capitalistico-imprenditoriale-finanziaria) che lo immettono nel binario parallelo della sua ‘idealità’ auspicata dall’intelligencija liberale. Ossia il cosmopolitismo buonista-commerciale e il pacifismo, finalizzati al profitto e al razzismo4 quali giustificazioni economico-biologiche all’attuale neocolonialismo di rapina e importazione di carne etnica – senza rispetto alcuno per l’umanità. Lo prova la contraddizione tra l’ideale liberale, ossimoricamente ‘etico’globalista, e quello di classe (economico-nazionale), ovvero dei padroni a cui è stata affidata la gestione di un determinato Paese.

Dati i presupposti è facile evincere quanto sia stato semplice plasmare l’ideologia liberale, e renderla propria per calcolo o adattamento, da parte di tutte le componenti politiche del nostro Paese. Ad esse si oppongo frange minoritarie e settori della Chiesa cattolica, che rifiutano un modo di pensare ed agire che esclude l’uomo a favore della sua utilizzazione a scopi economici prima, e strumentalmente elettoralistici dopo.

Note:
1 Aldo Moro, Ultimi scritti 16 marzo-9 maggio 1978, Piemme, Casale Monferrato (AL), 1998, p. 88.
2 Luca Bellincioni, Individualismo e ideologie tradizionali, in “Enclave”, n. 12, Giugno 2001, pp. 39-40.
3 Moro, cit., p. 111.
4 Cfr. Nicola Procaccini, Kant e Voltaire, così ‘illuminati’, così razzisti. Quando nel XVIII secolo l’antropologia fu sottratta alla sfera religiosa, l’uomo venne ricollocato nel mondo animale, ne “L’Indipendente”, 30 marzo 2006, p. 4. Cfr. anche di Marco Marsilio, Razzismo, un’origine illuminista, Vallecchi, Firenze, 2006.
Andrej Ždanov
Risiede in Italia dal 1976. Si occupa di sociologia, musica e storia dell’arte, scrive su riviste di settore e insegna presso istituti medi superiori sia in Italia che all’estero.
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