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Ilaria Alpi: l’ultimo viaggio a Mogadiscio

Traffico di rifiuti tossici o radioattivi e di armi, mala cooperazione italiana, sequestro delle navi Shifco. Sono le tracce che Ilaria Alpi seguiva nella Repubblica Democratica di Somalia, il percorso in cerca della verità che nel 1994 le costò la vita. L’inviata del Tg3 fu uccisa a colpi d’arma da fuoco, appena un’ora dopo aver telefonato – alle 14:30 locali – al collega Flavio Fusi. Assassinata all’altezza dell’ex ambasciata italiana. Parole chiave annotate sul taccuino della giornalista: strada Garoe-Bosaso; pesca; Mugne; Faarax Oomar. La sera del medesimo 20 marzo era prenotato il suo collegamento satellitare. Mugne: chi era costui? Dopo la caduta di Syaad Barre, l’ingegner Said Omar Mugne aveva assunto il controllo della società Shifco – un ente di Stato somalo al quale nel 1979 il governo italiano donò alcuni pescherecci e la nave frigorifero 21 Oktobar II, beni destinati al progetto denominato “pesca oceanica”. Sembra però che le stive non contenessero solo pesce. Inoltre, nel decennio 1981-90 furono assegnati ben 1.400 miliardi di lire alla cooperazione italo-somala, denaro speso in progetti pressoché inutili – e inutilizzabili – per la popolazione. Come la costosissima strada Garoe-Bosaso che scorre attraverso un’area desertica, disabitata e soggetta alle intemperie del regime pluviale: a cosa serviva in realtà?

Per il servizio televisivo, la Alpi, insieme al fotografo e cineoperatore Miran Hrovatin – cittadino italiano di origine slovena – si era recata di gran fretta a Bosaso. Zona particolarmente rischiosa, a nord della capitale somala.

Dall’hotel Sahafi di Mogadiscio – ove entrambi alloggiavano – erano partiti a bordo di una Toyota, con autista e uomo di scorta. Un imprevisto, la perdita del volo che il 16 marzo li avrebbe trasportati indietro, causò ben quattro giorni di ritardo – lasso di tempo determinante. L’indomani Ilaria e Miran avrebbero dovuto imbarcarsi sulla nave Garibaldi, assieme al contingente Italfor Ibis II.

La Alpi il 17 aveva comunicato con ansia al caporedattore Massimo Loche di avere “del materiale importante, roba grossa”1 e il montaggio fu fatto con Hrovatin a Bosaso, presso la sede della Ong Africa 70. La relativa videocassetta è sparita nel nulla.

La nave Faarax Omar a Gibuti nel 1998
La nave Faarax Omar a Gibuti nel 1998

Un filmato parziale dell’incontro col sultano Abdullahi Musse Yusuf – noto anche come “King Kong” – è giunto successivamente in Italia: invece l’intervista integrale durava circa tre ore, disse proprio Abdullahi, ed “erano stati trattati i temi della Shifco e del carico di armi che avrebbe potuto essere occultato nella nave in sequestro”2, ossia la Faarax Oomar – sulla quale Ilaria e Miran avevano intenzione di salire a bordo. In base alla testimonianza del padre, Giorgio Alpi – spirato quattro anni fa –, nel capoluogo della regione di Bari fu registrata anche un’intervista a Mugne: lo riferì nell’udienza del 14 marzo ’99. Materiale mai ritrovato.

Con l’improvvisa cancellazione del volo Unosom – missione delle Nazioni unite in Somalia – previsto a Bosaso per sabato 19, il rientro nella capitale somala degli inviati Rai fu posticipato al giorno dopo.

Una volta a Mogadiscio, contattato il collega del Tg3 uscirono entrambi dall’hotel Sahafi e salirono a bordo dell’auto. Militari del contingente pachistano di presidio al posto di controllo Obelisco segnalarono l’inseguimento della Toyota da parte di un fuoristrada proveniente da sud. “Alle ore 15.10 davanti all’albergo Hamana in Mogadiscio nord, Alpi e Hrovatin sono stati uccisi a colpi di mitra da sei somali a bordo di una autovettura Land Rover (celeste). L’auto della giornalista sarebbe stata seguita fin da Mogadiscio sud. L’azione sarebbe stata mirata alla persona”, si legge in un appunto della 2ª Divisione del SISMI3, datato 20 marzo ’94, che ne annotava il pedinamento. Nessuna autopsia fu disposta sulle salme, una volta giunte a Roma; l’autovettura su cui si trovavano i giornalisti al momento dell’agguato non fu immediatamente trasferita in Italia per essere esaminata; nessuno si interessò delle testimonianze dei pachistani di guardia presso la postazione Obelisco; perfino il rapporto della polizia somala – redatto subito dopo il fatto – è andato distrutto: lati oscuri che restano in ombra da vent’anni.

La recente decisione del presidente della Camera, Laura Boldrini, di desecretare gli atti relativi al caso potrebbe forse acclarare la verità. Ottomila documenti e dossier dell’ex SISMI raccolti dalla Commissione d’inchiesta sulla morte della Alpi e Miran Hrovatin: alcuni saranno declassificati – se non è tuttora necessario mantenere il segreto istruttorio.

In caso contrario, il mistero resterà sepolto: nel deserto, a nord di Mogadiscio.

Note:
1 Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, Roma 2006, Prot. n°4535/Alpi, pag. 72.
2 Ivi, pag. 207.
3 Ivi, pag. 357.
Flora Liliana Menicocci
Giornalista, ha sperimentato la scrittura in Rete fin dal 2003 e successivamente è approdata alle pagine di un quotidiano nazionale. Collabora con i periodici «Africana» e «Metodo». Nel 2013 ha fondato «Generazione X».

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