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Azawad: la storica lotta per la libertà del popolo Tuareg

Area fra le più etnicamente variegate dell’Africa nord-occidentale – assieme al Niger, al Burkina Faso ed alla Costa d’Avorio – l’odierna Repubblica del Mali dal golpe militare del marzo 2012 non ha ancora raggiunto un assetto istituzionale stabile. Guidato dal colonnello Amadou Haya Sanogo, il Comitato nazionale per la ricostituzione della democrazia ed il ripristino dello Stato (CNRDRS) aveva deposto l’ex presidente Amadou Toumani Tourè (n. 1948) con l’accusa di non aver ristabilito l’ordine nel Nord del Paese – ove è tuttora in corso una forte sollevazione dei separatisti Tuareg. L’azione armata di Sanogo – un ufficiale addestrato negli Usa – non è stata utile a sedare la rivolta, bensì ha alimentato l’instabilità: il 17 maggio scorso, decine di persone sono morte durante l’assalto dei ribelli del Movimento nazionale di liberazione dell’Azawad (MNLA) nella sede amministrativa dell’omonimo capoluogo regionale di Kidal. Una “dichiarazione di guerra”, a parere del Primo ministro Moussa Mara (n. 1972). Per antica tradizione, il popolo nomade tuareg maliano (circa 300-500mila persone) riconosce nella semidesertica zona di Azawad la propria terra d’origine, il “temust n imajaghen”: una superficie pianeggiante di 822mila kmq – ricca soprattutto di uranio, petrolio e gas – e attraversata dalla valle disseccata in cui un tempo scorreva un ramo del fiume Niger. “Proclamiamo solennemente l’indipendenza dell’Azawad”, dichiarava il 6 aprile 2012 il portavoce del MNLA, Mossa Ag Attaher. Capitale designata, Gao – dalle memorie del potente Impero eponimo – sede di un grande mercato di pelli e bestiame, la città dispone inoltre di un aeroporto e scalo fluviale.

L'Azawad proclama l'indipendenza, 6 aprile 2012
L’Azawad proclama l’indipendenza, 6 aprile 2012

Il territorio in questione entrò a far parte dello Stato maliano nel 1960, quando la fase di decolonizzazione trasformò i confini politici della colonia dell’ex Sudan francese – che si estendeva nel già Alto Volta (ovvero, l’odierno Burkina Faso), in Senegal e Benin (sin al 1975: Dahomey) – annettendo l’Azawad al Mali indipendente. L’intangibilità delle frontiere africane stabilite dall’arbitraria divisione coloniale – confermata poi dall’Organizzazione dell’Unità Africana (1963-2002) – è una controversia che si trascina da decenni: i popoli tuareg si opposero all’unificazione con la neonata Repubblica fin dall’inizio.

Già sul finire del XIX secolo, quando gli esploratori francesi si spinsero sulla via del Niger, incontrarono la resistenza della medesima tribù di commercianti e guerrieri – conosciuti anche come “gli uomini blu” – alla penetrazione coloniale. L’esercito della madrepatria riuscì soltanto nel 1906 ad erigere un avamposto militare fortificato a Kidal: due anni più tardi, i Tuareg furono assoggettati da Parigi. I rapporti dell’amministrazione coloniale con le tribù nomadi berbere si dimostrarono piuttosto difficili. I clan si rifiutarono di pagare i tributi imposti, e ogni tentativo in tal senso non fece altro che alimentare l’ostilità contro il dominio straniero. Per quattro mesi l’esercito francese fu impegnato nella battaglia: una ribellione esplose presso la città di Agades, nell’odierno Stato del Niger. Capeggiati da Kaocen Ag Mohammed, gruppi tuareg posero sotto assedio la stessa località che nel XV sec. fu sede del loro antico sultanato: infatti, nonostante la grave siccità del 1913-15, i colonizzatori avevano forzatamente requisito le provviste ai pastori1.

A distanza di oltre un secolo, le nuove generazioni di nomadi del deserto del Sahara non si sono rassegnate a cedere l’autonomia degli scambi commerciali. Nel 2011 le varie tribù confederate che rivendicano i propri diritti culturali, economici e di cittadinanza si sono unite nel Mouvement national de libération de l’Azawad per conquistare l’indipendenza delle province settentrionali di Gao, Timbuctù e Kidal. I gruppi più importanti sono gli Iforas dell’immenso massiccio montuoso nord-orientale (esteso quanto la penisola italica) Adrar des Iforas, assieme ai nobili guerrieri Idnan. Inoltre, il MNLA gode del sostegno di altre etnie – come Songhai e Peulh.

Mohammed Ag Najim, un ex colonnello dell’esercito libico, è l’attuale comandante dei ribelli: da giovane si arruolò volontario nella Grande Jamāhīriyya araba libica popolare socialista di Gheddafi ed in seguito prestò servizio anche in Ciad.

Alcuni suoi ex commilitoni tuareg si sono arruolati nel MNLA. Corre voce del loro rientro in Mali – ossia, avrebbero disertato prima della dipartita di Mu’ammar – con annesso arsenale: il promotore dell’abbandono della milizia libica, Ibrahim ag Bahanga – originario della provincia di Kidal – è morto2 in un incidente di viaggio nel 2011. Probabilmente, nel tragitto stava trasportando armi.

La sommossa in corso nel Nord è la quarta rivolta tuareg dopo l’indipendenza della Repubblica del Mali. Il governo di Bamako è alle prese con i separatisti fin dal lontano 1962, quando impose una violenta azione repressiva. Il conflitto contro l’esercito regolare riprese nel 1990, e terminò con la tregua siglata a Timbuctù nel ’96. In occasione della scoperta dei giacimenti petroliferi (2006) nell’Azawad, si verificarono ulteriori insurrezioni degli “abbandonati” (significato letterale di “tuareg”), fino alla mediazione risolutiva di Algeri – tre anni più tardi.

Al giorno d’oggi, il proclamato Stato dell’Azawad è una realtà di fatto – pur se non riconosciuta né dal Mali, né dalla comunità internazionale. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, contrario alla dichiarazione d’indipendenza del 2012, allo scopo di rafforzare il controllo centrale di Bamako ha adottato all’unanimità la risoluzione3 N. 2071 per avviare l’intervento militare – insieme all’Unione europea, all’Unione africana ed alla Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (CEDEAO-ECOWAS).

Il Presidente francese François Hollande ha inviato l’11 gennaio 2013 duemilacinquecento uomini a supporto delle forze governative maliane: l’operazione è stata denominata Serval. Per i ripetuti interventi militari, Hollande si è ormai guadagnato l’appellativo di “gendarme d’Africa”: «La Francia dimostra una volta di più di perseguire una politica interventista nel continente nero, dispiegando migliaia di soldati, mezzi pesanti e aviazione nelle ex-colonie colpite da crisi securitarie. Queste “operazioni umanitarie” sono, in realtà, le ultime carte che l’Eliseo può giocarsi nell’estrema difesa dei privilegi economici della potenza coloniale che era. La concorrenza di Cina, Stati Uniti e ulteriori attori emergenti nello scacchiere geopolitico ed economico regionale (Qatar, Arabia Saudita, India, Sudafrica) hanno eroso, soprattutto negli ultimi anni, l’influenza e la grandeur transalpina in Africa, terra d’importanza strategica per l’approvvigionamento di materie prime (uranio, petrolio, metalli preziosi, legname)»4.

In risposta all’azione armata di Parigi nella città di Timbuctù, è stato tempestivamente (16 gennaio ipso anno) sferrato un attacco dei ribelli tuareg all’impianto estrattivo della British Petroleum – situato nel Sud dell’Algeria. Al contempo, l’Ue ha lanciato una missione di addestramento delle truppe maliane, la European UnionTraining mission (EUTM): quattrocentocinquanta uomini, di cui 200 istruttori, per un costo iniziale di 12,3 milioni di euro.

«(…) L’intellettuale e politica Aminata Traoré ha denunciato sia la strumentalizzazione delle ribellione tuareg sia l’interventismo della CEDEAO5, a suo dire veicolo degli interessi occidentali nella regione (…). Secondo la Traoré sono evidenti i propositi francesi di un ritorno agli schemi dal sapore coloniale, in quanto richiama alla memoria l’Organizzazione Comune delle Regioni Sahariane (OCRS), ovvero un raggruppamento territoriale francese nel Sahara che ebbe vita breve, dal 1957 al 1963. L’OCRS era precorritrice di un ipotetico Stato Sahariano, che avrebbe riunificato le comunità tuareg, oggi invece disperse tra Algeria, Burkina Faso, Libia, Mali, Mauritania e Niger»6. Dal momento che i confini africani ereditati dall’epoca coloniale possono essere modificati esclusivamente con il consenso di tutte le parti interessate – nel caso dell’Azawad: Algeria, Mauritania, Mali, Burkina Faso e Niger –, appare utopico ignorare l’esistenza e la voce dei Tuareg, etnia berbera di religione islamica diffusa nella quasi totalità dei suddetti Stati. Invece, è stato loro negato negato il diritto all’autodeterminazione.

Note:
1 Cfr.: Encyclopædia Britannica, Agadez.
2 Cfr.: Andy Morgan, Mali’s Tuareg Rebellion, The Global Dispatches, 27 marzo 2012.
3 Risoluzione 2071 del 12 ottobre 2012 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite.
4 Andrea de Giorgio, Mali e Centrafrica: l’interventismo di Hollande, il gendarme d’Africa, ISPI, 20 gennaio 2014.
5 CEDEAO-ECOWAS, Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale: una delle otto Comunità Economiche Regionali (RECs) riconosciute dall’Unione Africana (UA). È dotata di una piena capacità d’intervento politico e militare (vedi la sua Commissione affari politici, pace e sicurezza), che potenzialmente ha le capacità per intervenire con il dispiegamento della propria forza d’intervento regionale, l’Ecowas Standby Force (ESF). Tratto da: www.difesa.it
6 Marco Massoni, Il colpo di stato in Mali, i tuareg e la secessione dell’azawad: irredentismo e terrorismo lungo il 16° parallelo nord, Centro militare di studi strategici del Ministero della Difesa (CeMiSS), 26 giugno 2012, pp. 6-7.
Flora Liliana Menicocci
Giornalista, ha sperimentato la scrittura in Rete fin dal 2003 e successivamente è approdata alle pagine di un quotidiano nazionale. Collabora con i periodici «Africana» e «Metodo». Nel 2013 ha fondato «Generazione X».
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