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L’arte del Nulla

Immobilità, vuoto, silenzio – nella società di oggi dominata dall’immagine, la pausa, lo spazio bianco, la diversità sempre più guadagnano importanza e si rivelano. Le avanguardie degli anni Sessanta e Settanta come John Baldessari (n. 1931) o la britannica Art & Language (1967) rispondono con scetticismo, o categoricamente rigettano l’idea della rappresentazione visiva di una realtà a complessità sempre più sfuggente. Art contrasta il flusso quotidiano di informazioni visuali che svuotano lo spazio dell’immagine. Post-minimalisti e neo-concettuali come Joëlle Tuerlinckx (n. 1958), Spencer Finch (n. 1962) o Martin Creed (n. 1969) poeticamente o con ironia traducono l’esperienza del Nulla in installazioni, dipinti, sculture. La riduzione degli effetti e le sensazioni creano una particolare consapevolezza delle cose e dei fenomeni che non sono visibili a prima vista. Lo sguardo nel vuoto svela il periferico. Ciò che resta rappresenta la multiforme ed equivoca nullità. Il Nulla è un consapevole atto di sospensione funambolica che pone una sfida alle aspettative dell’osservatore. Egli deve essere pronto ad affrontare l’impatto e le pause di queste opere, in momenti di concentrata riflessione. Data l’inondazione d’infommagini nella nostra società, tale esperienza ha pure un effetto catartico. La sazietà sensoriale giornaliera è sostituita dalla sensibilizzazione selettiva. I sensi individuali si acuiscono nei confronti di lavori specifici che richiedono concentrazione e quiete, e persino invitano al silenzio.

L’arte contemporanea cerca di contrastare l’illusorietà dei mass media attraverso tentativi che accertino la percezione. Osservando laddove è il Nulla, e niente succede, lo sguardo dentro il vuoto svela differenti molteplicità, e di fatto il vedere si oppone a qualsiasi significato evidente. L’elusività – ad esempio l’azione lineare di una superficie rasa e limitata – ci fa conoscere opere che si pongono oltre l’ovvio, e si basano su riduzione, semplicità e trasparenza. Fin dall’Art Nouveau (secc. XIX-XX) o, al più tardi, dal momento che emerse l’arte concettuale negli anni Sessanta, gli artisti hanno intensamente esplorato le idee sul Nulla. La questione del Nulla nell’arte moderna porta rapidamente all’idea di non-rappresentazione – astrazione dal rifiuto visuale dell’immagine rappresentativa nell’arte. Un presa di posizione che ha molti padri.

Prima di tutto Kazimir Severinovič Malevič (1878-1935) con il suo Quadrato nero (1915): un mito modernista e allo stesso tempo l’embrione di tutte le possibilità che hanno segnato il punto zero della pittura. Ridotta a colore e forma puri, lo svuotamento della superficie dell’immagine, appare completa in questa perfetta forma geometrica monocromatica.

A seguire, Ad Reinhardt (1913-67) realizzò – esclusivamente e con ossessione – i quasi indistinguibili neri dei suoi quadri finali, i Black Paintings, dal 1960 fino alla sua morte. Al punto che il critico Harold Rosenberg affermò: “Newman chiuse la porta, Rothko serrò le imposte e Reinhardt spense le luci”1. Alla fine degli anni Sessanta, l’idea della negazione fu seguita dalla negazione della negazione. L’ampio retroterra teorico degli artisti concettuali del periodo – con la loro visione analitica di opera d’arte, produzione, nonché esplorazione instancabile di materialità e spazio, non tralasciando la questone creatività-e-affari – colpì, nella sua complessità, anche la più giovane generazione di artisti contemporanei e si fa sentire oggi in una molteplicità di strategie. I post-minimalisti e neo-concettuali creano installazioni poetiche e dipinti caratterizzati radicalmente da un ridotto realismo, anche se spesso dotato di un raffinato senso della beffa. Riduzione degli effetti e sensazioni dànno vita ad una particolare consapevolezza delle cose e dei fenomeni che non sono visibili di primo acchito.

Messaggi simili sono stati spesso inviati in questo periodo. Joseph Kosuth (n. 1945), per esempio, ha creato una serie completa in cui ha usato un linguaggio per esplorare le condizioni che regolano l’arte, come fece a suo tempo Baldessari, le cui grandi tele inducono sagaci riflessioni sull’immagine stessa, su suoi riferimenti, metodi, atteggiamenti e opinioni in merito a produzione e presentazione. Tutto viene eliminato dalla pittura del Nulla, nessun’idea entra in essa se non l’arte, e ogni suo pannello-quadro lo afferma costantemente. Baldessari non soltanto priva l’immagine da qualsiasi articolazione convenzionale: le sue opere sono realizzate con la massima semplicità di un pittore di insegne, svestendole pure da ogni pretesa concettuale.

Dato che la struttura artistica nell’arte concettuale nasce da un’idea, a quella del Nulla non resta altro che il gioco del linguaggio. Per cui essa si trasforma in un concettualismo sarcastico che perdura ai nostri giorni.

Creed deve la maggior parte della sua strategia alla laconica reticenza di Work No. 401 (2005), costituito da un piccolo altoparlante che emette soltanto la lapidaria sequenza sonora “pfft”. Il ‘verso’ è prodotto dallo stesso artista come un atto di acustico lavarsene le mani. Fa pensare alla classica scrollata di spalle del “Chi se ne frega!”. Come Baldessari, Creed con Work No. 401 sembra aderire ad un minimalismo senza pretese, che lo pone in linea con tutta una serie di posizioni, quelle di Martin Kippenberger (1953-97), Ceal Floyern (n. 1968) o Tom Friedman (n. 1965). Friedman ha creato 1000 Hours of Staring (1992-1997), un foglio di carta guardato dall’artista per mille ore, che segna un processo d’arte che va oltre il concetto di creazione dovuta al colpo di genio o all’ispirazione divina. Il lavoro riflette le fatiche di un’insistenza che porta a niente. Quando a Friedman fu chiesto se avesse veramente fissato quella ‘pagina’ per mille ore, nel momento in cui iniziò a parlare sul come meditasse su essa e, contemporaneamente, contato le ore di lavoro, ciò diventò troppo esplicito e specifico per non dire banale, poiché limitava l’immaginazione di chi chiedeva e chi rispondeva. Alla fine, la carta bianca in sé induce una riflessione sul tempo, che, tuttavia, è quasi interamente affidata dagli artisti allo spettatore. Nulla è solo dove non si vede alcunché.

Però vedere non basta: mentre la più recente storia dell’arte ha in gran parte respinto il visibile , gli eredi di Marcel Duchamp (1887-1968), nel loro impulso nichilista, spesso vanno un passo avanti, abbandonando la natura dell’oggetto d’arte in quanto tale.

È l’approccio adottato da Karin Sander (n. 1957) nel suo pezzo Zeigen (2006), che affronta i visitatori attraverso una stanza vuota o pareti, altrettanto vuote, di una galleria su cui fanno bella mostra soltanto le usuali etichette con i titoli delle opere esposte. Le stesse opere o mancano o non devono essere viste. La loro presenza, tuttavia, è percepibile attraverso una maniera diversa. L’artista, di volta in volta, chiede a un certo numero di colleghi, fra questi Sylvie Fleury (n. 1961), Hamish Fulton (n. 1946), Mona Hatoum (n. 1952) o Lawrence Weiner (n. 1942) di scegliere un proprio lavoro e dare d’esso una descrizione audio. Il visitatore è finalmente liberato dal convenzionale guardare-l’-opera e fa ricorso a un modo alternativo di percezione che lo conduce da un concreto, evidente, abituale, preimparato (dal catalogo della mostra), fino ad un’esperienza estetica sonora di elaborazione psico-sensoriale.

In tal senso, il Nulla non può esistere – perché v’è sempre l’immaginazione, ossia l’assoluto potere mentale dello spettatore.

Note:
1 In Jerry Saltz, After the Drips, 27 marzo 2011. Barnett Newman (1905-70), Mark Rothko (1903-70).
Andrej Ždanov
Risiede in Italia dal 1976. Si occupa di sociologia, musica e storia dell’arte, scrive su riviste di settore e insegna presso istituti medi superiori sia in Italia che all’estero.

One thought on “L’arte del Nulla

  1. Se il nulla esistesse, sarebbe qualcos’altro, e dato che nessuno vuole parlare del Nulla, a parte i filosofi come H. Bergson, non scriverò del Nulla (già ne discute alla nausea la società), ma di Poesia, quella stessa Poesia distrutta dal Nulla alleato con il Niente, veicolati come i più grandi problemi, nella statica politica globale. Si continua a vendere armi, ad aumentare i prezzi dei farmaci e del petrolio, a tagliare spese sociali, eccetera eccetera, in un lavaggio dei cervelli ininterrotto e martellante. Se le forme d’arte che riflettono sul Nulla fossero in grado di far pensare, d’amplificare i recettori neuronali e rendere le microsocietà più umane, il Niente sarebbe già stato registrato da qualche industriale e niente ci assicura dal fatto che esso non sia già, da anni, in circolazione, non solo tra le masse a cui sono assuefatte, ma anche tra artisti e filosofi, che non avendo più nulla da dire, gridano ancora più forte (tanto nessuno ascolta), dimenticando il motto del pittore campano Salvator Rosa, che nel Seicento scriveva: ” Taci, se le tue parole non sono migliore del silenzio”.

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