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Jan De Cock e i suoi Denkmal

Jan De Cock, artista visuale, ha creato nel 2005 la sua prima opera monumentale in Germania per gli esterni e gli interni della Galleria d’Arte Schirn di Francoforte sul Meno. Nato nella municipalità di Etterbeek (Bruxelles) il 2 maggio 1976, è uno degli artisti maggiormente in vista della generazione X. Dopo esordi notevoli a Bruxelles nel 2000 – Vertigo or the Era of Free Catalogues, Part 2, presso i giardini pubblici Jean-Félix Hap – e a Gand nel 2002 al Museo Cittadino di Arte Contemporanea – Randschade Fig. 7 / Collateral Damage Fig. 7 – ha attirato l’attenzione con una costruzione per Manifesta 5 a San Sebastián nel 2004. Intitolato Denkmal 2, essa si mescola in maniera imponente col paesaggio quasi cinematografico del cantiere navale in disuso nella baia di Pasaia, ov’è posto il lavoro.
L’opera per la Galleria d’Arte SchirnDenkmal 7 – è ugualmente allestita sui dintorni – i summenzionati esterni ed interni – ma comunica non solo con l’architettura esistente, ma anche con l’ambiente sociale e, allo stesso tempo stabilisce distanza da loro. Gl’interventi spaziali e temporali di De Cock, il cui aspetto materiale richiama edifici funzionali, sono sempre articolati in più fasi. In primo luogo, massicce trasformazioni architettoniche rompono lo spazio esistente. Di seguito la parete, il pavimento, il soffitto sono di legno e d’altri materiali – intreccianti nicchie e scatole con un’estetica minimalista – e creano un paesaggio severo, geometrico, eppure misterioso e seducente che interviene nello sguardo dello spettatore e continuamente lo riproduce. Il processo di creazione delle opere della serie Denkmal (monumento provvisorio), ognuna delle quali viene visualizzata solo per un tempo limitato, è in ultima analisi ripetuta pure in forma di fotografie di grande formato che vengono ancora una volta trasferite ad un contesto scultoreo da essere presentato in scatole di luce.

Ad esempio, l’opera per la Schirn è uno dei due soli progetti che De Cock produsse nel 2005. Il secondo – Denkmal 53 – è stato creato per la Tate Modern di Londra nell’autunno. Con le sue opere, De Cock utilizza il filtro dei suoi interventi negli spazi pubblici ed istituzionali per provocare nell’osservatore, in modo nuovo, visioni di cose che ci sono familiari, e quindi più scarsamente percepite a causa dell’abitudinarismo frequentativo. Le sue opere raggiungono il loro effetto attraverso la tensione tra sottile adattamento all’architettura esistente e il suo contesto, ove si manifesta la potente autoaffermazione dell’allestimento del belga.

Ogni Denkmal è preparato da De Cock nel suo studio a Bruxelles assieme ai suoi collaboratori. Le costruzioni ultimate relativamente piccole, le forme seriali – moduli semplici come scatole, alcune delle quali sono impiallacciate su entrambi i lati – vengono poi inserite nella forma che è montata sul luogo ove andrà realizzata.

Le manifestazioni più complesse e i modelli simili che richiamano gli oggetti formalisti del minimalismo e che sono in sostanza la stessa cosa al pari degli allestimenti complessivi – ossia il Denkmal – sono creati in sede.

Denkmal 7 riguarda l’istituzione dell’arte in quanto tale e la sua riconversione. Essa è una scatola di legno di 12×12 m. costruita di fronte alla Schirn. I suoi colori alludono ai dintorni: il verde delle piante sparse (ma pure colore caratteristico dell’estetica dell’artista); il marrone rossiccio della facciata della cattedrale; il bianco degli spazi espositivi Schirn; e quindi del white cube quale sovrastruttura per presentare l’arte.

La scatola è accessibile attraverso due ingressi. Da quello esterno, il visitatore arriva nello spazio espositivo, ripensato come Museo JDC. Là essi si confrontano con una formazione labirintica in legno. Questa forma è caratterizzata da una precisa costruzione matematica di elementi spaziali, collocati strettamente, riflessi e interlacciati. Un secondo ingresso, che funge anche da biglietteria della Schirn, unisce lo spazio espositivo del Museo JDC con le sale della Galleria. Questi possono essere raggiunti da una scala incorporata alla mostra. Il ’sentiero’ porta nella rotonda, la cui pianta circolare stabilisce un polo opposto architettonico al piano quadrato della scatola. Una trentina di foto-sculture a grande formato di De Cock sono là esposte. I visitatori si trovano nuovamente in uno spazio espositivo, ma anche pubblico, poiché l’ininterrotta facciata in vetro consente vedute in tutte le direzioni. Nel mentre si muovono nel passaggio dal pubblico al ‘privato’ – che definisce con precisione il Museo JDC – essi sono ancora una volta trasferiti da lì nello spazio espositivo proprio. Una porta conduce dalla rotonda a un ambiente ricco di diversi monumenti. A differenza della posizione creata dalla scatola, il cui stretto edificio letteralmente circonda il visitatore, i monumenti invece creano separazioni fisiche e attivano il nostro tipico atteggiamento di percepire gli oggetti d’arte.

L’opera di De Cock ha echi dell’estetica minimalista di Donald Judd (1928-94) e il trattamento dello spazio, risente delle domande di Marcel Broodthaers (1924-76) sul contesto dell’arte. Di De Cock è penetrante il chiaro linguaggio formale e l’impegno teorico riguardo alla presentazione dell’arte istituzionale, che rende il suo lavoro una delle opere più interessanti in materia di impianti e scultura. Negli anni, De Cock ha creato una serie di opere di grande formato. Fra i numerosi – Denkmal 10 al Centro di Arte Contemporanea De Appel a Amsterdamn (2003); Denkmal 23 al Palazzo di Belle Arti di Bruxelles (2004); Denkmal 9 nella Biblioteca Universitaria Henry van de Velde a Gand (2004); Denkmal 87 alla libreria Glenn Horowitz di Easthampton (Massachusetts); Denkmal 11 al Museo di Arte Moderna di New York (2008), ecc. – però, in conclusione, è doveroso rammentare il suo esordio in Italia: Denkmal 4, alla Casa del Fascio di Como (2006) con Daniel Buren (n. 1939).

L’idea prende piede dalla seduzione attrattiva verso il capolavoro razionalista di Giuseppe Terragni (1904-43), elaborato tra il 1932 e il 1936. De Cock agisce sull’architettura del sito mutandone l’impressione esterna con accanto l’inserimento di modelli, parallelepipedi lignei che contengono, chiudono, tracimano nell’ambiente. Non per niente il lombardo si ostinava sulla ‘monumentalità’ architettonica: ed infatti il porsi a confronto degli spazi è una nota distintiva dei due. Il dentro invaso dal ‘fuori’, con commistione indefinita di pubblico e privato. Il linguaggio di De Cock dirige l’attenzione dell’osservatore, cambia la sua reale visione dell’edificio grazie agli allestimenti condivisi nei pressi della Casa.

Andrej Ždanov
Risiede in Italia dal 1976. Si occupa di sociologia, musica e storia dell’arte, scrive su riviste di settore e insegna presso istituti medi superiori sia in Italia che all’estero.
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