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Archeologia proibita: la storia segreta della razza umana

L’uomo moderno esiste sulla Terra da centomila anni oppure risale a un’epoca estremamente più antica? In base alle teorie scientifiche accreditate, il primo esemplare di essere umano simile all’odierno – il Neanderthal – sarebbe comparso in un passato non più remoto del lasso temporale compreso fra i 100-250mila anni fa. Recentemente, alcuni teschi rinvenuti nella Valle dell’Aniene intorno agli anni Trenta, sono stati datati da un team di scienziati coordinati dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia come centomila anni più vecchi di quanto si ipotizzasse finora. Proprio per quanto riguarda l’antichità di molte scoperte, lo scienziato Richard L. Thompson e lo scrittore Michael A. Cremo avevano esposto fin dagli anni Settanta una peculiare interpretazione archeologica nel volume ‘Archeologia proibita, storia segreta della razza umana’, prima edizione italiana del Gruppo Futura. Frutto di otto anni di ricerche, consiste in una rassegna impressionante di ritrovamenti archeologici inspiegabili e scoperte segnalate al mondo scientifico da oltre un secolo, eppure mai prese in seria considerazione. Come, ad esempio, i remoti resti di scheletri umani casualmente rinvenuti nel XIX secolo dai cercatori d’oro della California, assieme a degli oggetti apparentemente moderni ma racchiusi in strati rocciosi geologici vecchi almeno quanto l’Himalaya – ossia, intorno ai cinquanta milioni di anni. Se la data cronologica di numerosi manufatti e reperti paleontologici risultasse esatta, dimostrerebbe perfino la coesistenza dell’essere umano con gli stessi ominidi da cui sarebbe dovuto discendere: evidenze che potrebbero invalidare la teoria evoluzionistica di Darwin.

Impronte umane impresse in strati di ceneri vulcaniche plurimilionarie, tubi metallici di era cretacea tornati alla luce negli anni Sessanta in Francia, sfere di metallo emerse in Sud Africa all’interno di strati minerali del Precambriano, e addirittura iscrizioni su blocchi marmorei sepolti a decine di metri di profondità nel sottosuolo terrestre: come si spiega? Se è vero che da almeno tre milioni di anni l’uomo moderno esiste sulla Terra, uomini e ominidi hanno da sempre convissuto: in tal caso, si renderebbe necessario rimettere in discussione tutto ciò che finora abbiamo creduto di sapere sulle origini della razza umana – e non solo. ‘L’origine delle specie’ che non fu l’unica ipotesi scientifica sugli antichi albori delle forme di vita esistenti, è stata pubblicata da Charles Darwin nel 1859. All’epoca, era opinione diffusa fra i vari antropologi l’esistenza dell’uomo moderno come antecedente ai gruppi neandertaliani. Negli anni Novanta del XX secolo, la prima conferma a questa ipotesi dimenticata è stata fornita da ricerche sul Dna di estrazione fossile condotte dal ricercatore svedese Svante Paabo, specializzato in indagini evolutive genetiche: l’Homo Sapiens non condividerebbe alcuna linea evolutiva col Neanderthal, il cui patrimonio genetico differisce tanto quanto quello di uno scimpanzé dall’uomo odierno. Anche la datazione dei teschi dell’Uomo di Pechino, scoperti fra il 1923-27 nell’ambito di un progetto supportato dalla Fondazione Rockefeller – e che sarebbero appartenuti al medesimo stadio evolutivo dell’Uomo di Giava – si è rivelata errata di circa duecentomila anni1.

L’opera di Thompson e Cremo, nella sua versione originale, illustra i pareri di eminenti studiosi, accurate analisi geologiche e indagini dettagliate su ossa e resti, utensili ed armi in pietra provenienti da diverse aree del globo, ma mai menzionati da alcun testo di archeologia canonica, secondo la quale non sarebbero stati effettuati ritrovamenti significativi o importanti dopo lo scheletro del primo Neanderthal nel 1856 e dell’Uomo di Giava nel 1891 – ovvero, dall’adozione delle teorie darwiniane quali preponderanti. Eppure, citando un caso riportato nel suddetto volume, negli anni Cinquanta, Thomas E. Lee, del Museo Nazionale del Canada, scoprì utensili sofisticati in pietra durante degli scavi effettuati nei depositi glaciali di Sheguiandah, sull’isola di Manitoulin. Tale materiale fu datato dal geologo John Sanford, della Wayne State University, fra i 65 mila e i 125 mila anni. Altri geologi analizzarono il sito, ipotizzando che i reperti potessero risalire all’ultimo periodo interglaciale: infine, vista l’eccezionalità del caso, si accordarono per un’età minima di almeno 30mila anni. Per le teorie ufficiali, però, gli esseri umani in Nord America non c’erano prima di 12mila anni fa.

Perché un interesse così forte affinché il darwinismo sia tuttora considerato come un’incontestabile verità, screditando le altre posizioni? Secondo l’eminente biologo evoluzionista Ernst Mayr2:

“Nessun biologo più di Charles Darwin è stato artefice di un maggior numero di modificazioni – né di modificazioni più drastiche – sulla concezione del mondo della persona media, su ciò che i pensatori tedeschi chiamano Zeitgeist”.

L’accettazione delle teorie darwiniane diede origine ad una radicale rivoluzione ideologica e filosofica: il concetto di “evoluzione ramificata” secondo cui le varie specie si sarebbero suddivise a partire da un unico gruppo spazzò via l’antica concezione aristotelica di catena dell’essere, ossia la linearità di ciascuna specie orientata verso un cammino teleologico di perfezione, plasmando il pensiero verso un più crudo materialismo, privo di finalità cosmica o spirituale. La “selezione naturale” promosse l’idea comunemente accettata di giusta “eliminazione degli individui inferiori” fondando il diritto alla sopravvivenza sulla base della logica di competizione spietata che alimenta la società capitalistica globalizzata: “Un altro aspetto della nuova filosofia della biologia riguarda il ruolo delle leggi. Nel darwinismo, le leggi cedono il passo ai concetti. Di norma, nelle scienze fisiche, le teorie si fondano sulle leggi; furono le leggi del moto, per esempio, a condurre alla teoria della gravitazione. Nella biologia evoluzionistica, invece, le teorie si basano in larga misura su concetti come la competizione, la scelta sessuale operata dalla femmina, la selezione, la successione e la dominanza. Questi concetti biologici, e le teorie che su di essi si fondano, non sono riconducibili alle leggi e alle teorie delle scienze fisiche” afferma Mayr. Fin dai tempi di Platone la varietà del mondo biologico era attribuita alla coesistenza di diverse tipologie o classi che mantenevano le proprie caratteristiche peculiari nel tempo. Con l’avvento del pensiero darwiniano, la diversità fu spiegata come il frutto della più cieca ed insensata casualità, la sopravvivenza non più un diritto naturale ma il premio conseguito dalla specie egoisticamente dominante: l’uomo. Il rifiuto a prendere in considerazione qualunque prova in grado di confutare l’ottica darwiniana sembra in realtà mosso da intenti molto più ideologici che scientifici. Significherebbe innescare l’avvento di una controrivoluzione sociale, etica e spirituale così radicale da sconvolgere l’intero ordine vigente, fondato su dogmatismi piuttosto discutibili come l’esaltazione della materia, il predominio attraverso il conflitto, il consumismo ossessivo.

Note:
1 Age of Zhoukoudian Homo erectus determined with 26Al/10Be burial dating; Nature 458, 198-200, 12 March 2009.
2 Ernst Mayr, L’influenza di Darwin sul pensiero moderno, Le Scienze n. 386, Settembre 2000.
Flora Liliana Menicocci
Giornalista, ha sperimentato la scrittura in Rete fin dal 2003 e successivamente è approdata alle pagine di un quotidiano nazionale. Collabora con i periodici «Africana» e «Metodo». Nel 2013 ha fondato «Generazione X».

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