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Jurij Gagarin nella spericolata missione Vostok 1

Polemiche sempre accese circa il primato assoluto stabilito il 12 aprile 1961 dal 27enne cosmonauta sovietico – decorato eroe nazionale dell’Urss – Jurij Alekseevič Gagarin (1934-68) all’interno della capsula Vostok 1. Da anni si discute sulle intercettazioni dei fratelli Cordiglia, all’epoca giovani radioamatori torinesi che riuscirono a captare il segnale dello Sputnik e diverse richieste di soccorso di presunti cosmonauti alla deriva. Diatribe che comunque non inficerebbero la realtà d’essere stato il primo ad avere successo. Ovvero: ad atterrare vivo. Però si rende necessario un breve resoconto di alcuni eventi occorsi nel celeberrimo viaggio. Tutti ricorderanno la storica esclamazione del maggiore Gagarin quando, dieci minuti dopo il lancio del missile intercontinentale modificato R-7, levò lo sguardo incredulo sul corpo planetario terrestre: “Vedo la Terra: è azzurra!”. Erano le 9:17, ora sovietica.

Fino agli ultimi istanti precedenti la partenza, disparati problemi avevano messo a repentaglio la realizzazione della rischiosa impresa. L’abitacolo, per via d’un inconveniente tecnico al portello, in seguito all’imbarco del pilota non risultava ermeticamente sigillato. Ed il contatto radio non ancora stabilito: l’ingegner Sergej Korolev – come riportano le inizialmente secretate annotazioni del capo dell’Aviazione Militare – nel tentativo di ripristinare il contatto con la navicella, mentre questa si trovava alla velocità di 27.400 chilometri orari sull’orlo dell’ingresso in orbita, era visibilmente scosso ed agitato.

Infine, dal microfono che serrava fra le mani giunse la sospirata conferma: collegamento ripristinato. Gagarin poteva comunicare attraverso i codici morse con il centro di controllo; le trasmissioni avevano luogo sulla frequenza radio di 143,625 Mhz. Prima di allestire la missione Vostok 1, nell’Urss erano stati effettuati diversi tentativi di collaudo della medesima capsula, sia priva di equipaggio umano che con animali a bordo. Il prototipo semplificato Korabl 1 non fece mai rientro nell’atmosfera, naufragando e andando alla deriva per più di due anni lungo l’orbita terrestre. Un altro mezzo, equipaggiato con strumentazione varia e una coppia di cagnolini a bordo, addirittura esplose dopo soli 19 secondi dal lancio e si schiantò all’interno del cosmodromo. Bisognerà attendere fino all’agosto del 1960 prima di veder atterrare incolumi Belka e Strelka, due quadrupedi un po’ più fortunati.

La sperimentazione ebbe comunque un alto prezzo in termini di vite umane: più di duecento specialisti e addetti alla tecnica spaziale – fra cui il maresciallo Mitrofan Ivanovič Nedelin (n. 1902), principale fautore del programma – perirono nell’ottobre del medesimo anno a causa di un tremendo incidente verificatosi nell’area relativa alla rampa, presso Bajkonur. Tra questa serie di disastrosi incidenti, stava per affacciarsi una figura eroica: Jurij, diplomato nel ’57 all’Accademia Aeronautica di Orenbùrg, si era distinto fin dal primo volo con uno Yak-18 per il suo innato talento, grazie al quale i superiori gli consentirono di collaudare le più sofisticate e tecnologiche apparecchiature. La Rka (Agenzia Spaziale Sovietica) in seguito all’intenso addestramento teorico-pratico – compresi voli parabolici, soggiorni estenuanti all’interno di apposite stanze d’isolamento, oltre alle prove centrifughe e di paracadutismo – lo scelse fra altri venti qualificatissimi candidati. Alcuni di loro si dovettero ritirare per raggiunti limiti psico-fisici, mentre nel marzo 1961, a pochi giorni dall’impresa di Gagarin, il suo collega Valentin Vasil’evič Bondarenko (n. 1937) perse la vita in un grave incendio sprigionatosi nella camera iperbarica in cui si stava conducendo un ennesimo test…

Tornando a quel famoso 12 aprile, la radio ufficiale sovietica annunciò l’eclatante notizia: “Kedr” – nome in codice del cosmonauta – era atterrato nelle vicinanze della città di Tachtarova alle 10:57 in punto. Missione compiuta! Nell’entusiasmo generale, in molti furono ad esultare e soprattutto Gagarin stesso avrà stentato a credere di essere davvero tutto intero, incolume e coi piedi ben saldi a terra, avrebbe potuto anche raccontare davanti alla Commissione i momenti salienti e drammatici. Nella discesa ad esempio, dopo lo spegnimento dei razzi retrogradi l’abitacolo fu scosso da violente vibrazioni: il previsto distacco del modulo strumentale non si verificò prima di una interminabile “centrifuga” a trenta gradi di rotazione al secondo. Gagarin riferì che la capsula era stata avvolta dalle fiamme scaturite dall’attrito con l’atmosfera terrestre, finché “ad un’altezza di circa 7000 metri avviene il distacco del portello. (…) Ero volato fuori assieme alla poltrona. Lo stabilizzatore si stacca, entra in azione il paracadute principale, e improvvisamente la poltrona si stacca da me, vola verso il basso”. Il sistema delle navicelle Vostok non prevedeva in alcun modo la possibilità che il cosmonauta atterrasse all’interno del modulo di discesa: la “sfera” infuocata, infatti, semplicemente si schiantava al suolo. Per un essere umano un colpo simile sarebbe stato fatale. È per questo che nel modulo di discesa funzionava un’apposita catapulta. Il portello si apriva quando il modulo si trovava ancora in quota e una carica di polvere esplosiva “sparava fuori” l’astronauta1. Avvolto dallo scafandro ed in caduta libera, si mise alla ricerca della valvola per l’aria, ma “era andata a finire sotto la guaina anti-mimetica, cercai di tirarla fuori per sei minuti”.

Le polemiche sull’assoluto primato della missione Vostok 1 potranno andare avanti in eterno, ripresentandosi con la stessa monotonia di una bassa marea, eppure non si può mettere in discussione il sangue freddo, l’abilità e il coraggio di un giovane che, con la determinazione a sfidare e superare limiti sconosciuti, è tuttora l’emblema dell’eroe moderno: i patinati prodotti del cinema hollywoodiano del Terzo millennio possono soltanto imitare Gagarin.

Note:
1 Alexandr Milkus, Yuri Gagarin, una leggenda di nome e di fatto, in «Komsomolskaja pravda», 12 aprile 2011.
Flora Liliana Menicocci
Giornalista, ha sperimentato la scrittura in Rete fin dal 2003 e successivamente è approdata alle pagine di un quotidiano nazionale. Collabora con i periodici «Africana» e «Metodo». Nel 2013 ha fondato «Generazione X».

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