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Alina Ditot, una catabasi pittorica della tela

È stata definita dai critici “sacerdotessa eretica” e “nuova Giovanna D’Arco” dell’Arte contemporanea: la giovane pittrice Alina Ditot, nel giro di pochi anni, ha varcato la soglia dei templi museali mondiali. Parigi, New York, Roma, Firenze, Palermo, Edimburgo, Barcellona e Bruxelles sono fra le mete espositive dell’artista, nata a Iași nel 1980. Rappresentazioni di un malessere interiore non individuale ma sociale, esteriorizzato con un’incisiva eloquenza che ferisce materialmente la tela. Attraverso l’utilizzo di forbici, le lacerazioni vengono prodotte e poi ricucite dallo spago, il colore sgorga con l’intensità di uno schiaffo e i toni foschi di una tempesta. Contorni indefiniti, tagli, bruciature – caratteristiche dell’arte informale materica che rievocano la particolare forza espressiva delle serie di ‘Crateri’, ‘Combustioni’ e ‘Ferite’ dell’italiano Alberto Burri (1915-1995) – si trovano all’origine del mutamento ricercato attraverso un vero e proprio viaggio spirituale nel mondo degli Inferi. Tramite una ‘catabasi pittorica’ la tela viene immersa nella tenebra dell’inconscio, sprofondata nei gironi danteschi dove albergano i drammi della società contemporanea. Tematiche bibliche, disastri moderni, analisi introspettive ed ispirazioni baudelaireiane colorano l’esplorazione di Alina Ditot, vincitrice della II Biennale d’arte di Salerno con l’opera ‘I 7 Peccati Ditottiani’ – pittura astratta composta da sette tele che illustrano i peccati capitali, unite assieme a formare una croce.

“Voglio portare gli osservatori nel mondo contemporaneo; un mondo dominato da guerre, distruzioni, migranti e terroristi. Le mie tele sono lo specchio della società in cui viviamo, i fiorellini li lascio dipingere a chi crede ancora nell’utopia di un mondo perfetto. Noi siamo i figli di un mondo ormai lacerato come il velo di Maya”, ha dichiarato l’artista. Inquietudine che emerge con devastante priorità, costringendoci a un confronto col cupo panorama in cui si svolgono le nostre vite. Niente perbenismo, né stereotipi: non è un approccio formale che contraddistingue la sperimentazione delle pitture create enigmaticamente dai dissidi dell’inconscio collettivo. È un tragitto alla costante ricerca della luce, in un contesto che rifiuta la classica bellezza della forma, inutile e superata dinanzi ai continui drammi che si consumano intorno a noi. L’arte di Alina Ditot diffonde un profondo segnale di sensibilizzazione mirato a scuotere la società assuefatta dalla narcosi del disinteresse e dell’indifferenza. Evidenzia sulla tela tutte le ferite, gli squarci e le cicatrici che egoisticamente fingiamo non esistano, illudendoci di essere come moderni Dorian Gray.

Nota: Le immagini sottostanti sono tratte dal sito www.alinaditot.com

Flora Liliana Menicocci
Giornalista, ha sperimentato la scrittura in Rete fin dal 2003 e successivamente è approdata alle pagine di un quotidiano nazionale. Collabora con i periodici «Africana» e «Metodo». Nel 2013 ha fondato «Generazione X».

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