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Il senso dei ricordi quale Storia

Le nostre attività si basano sui ricordi della Storia. Ed essi son tali – sono definiti in questo modo – unicamente se hanno una fonte documentaristica, che si basi sulla scrittura o su testimonianze chimico-fisiche che stabiliscano una data. Ad esempio: una scrittura può essere falsa, mentre il test al carbonio no – però pure la prima è valida rispetto a un ricordo (Storia indimostrata).

Alla fin fine tutto si riduce a quello, e non tanto all’evento in sé, ma al momento in cui sia accaduto. Se vediamo un cratere, non possiamo limitarci ad osservarlo, e ad appurare la sua esistenza, ma dobbiamo stabilire quando si sia formato, poiché tale data potrebbe aiutare l’uomo a meglio esaninare l’ambiente, proteggerlo, capirlo, distruggerlo. Studiare il cosmo e la Storia stessa della Terra. Mi vengono in mente le parole di Ernesto Ragionieri nella prefazione del celeberrimo Il secolo dell’Asia dell’olandese Jan Romein (Einaudi, Torino 1966):

«Ma – e in ciò consiste la peculiarità e la fecondità del suo [di Romein] metodo espositivo – egli comprende anche che la validità universale di quella concezione può essere dimostrata soltanto dalla capacità di individuare le forme di manifestazione concreta che quei soggetti assumono nei loro rapporti reciproci nel corso dello sviluppo storico, che è poi il loro modo reale di esprimersi».

Però, se riduciamo a questo la vita (ossia la storia particolare) dei miliardi di uomini che hanno calcato il palcoscenico del nostro pianeta – ossia se la vogliamo ricostruire (i.e.: dimostrare che sia vera per raccontarla) – comprenderemo benissimo che forse in un milione di anni di genere umano, avremo la vita di poche migliaia di persone, e di queste di certo non biografie giorno per giorno, ma riferentisi unicamente ad eventi rilevanti dei suddetti nell’ambito della storia politica, economica, scientifica, sociale, artistica, sportiva, ecc. del mondo.

Solo il ricordo può offrire il racconto di tutta una/la vita. Un ricordo che, se va bene, è condiviso con altra gente, oppure può restare patrimonio di un singolo. Il ricordo solo in un caso ha valore “reale” (legale): quello della testimonianza in tribunale. Però per renderlo sostanziale, ossia “vero” (le virgolette poi si capirà perché siano state poste), si deve ergere su di esso una minaccia: «Se non dici la verità sarai punito severamente».

In sé, tale affermazione – se ci riflettiamo sopra – è un paradosso. Se il primo (giudice) dice al secondo (teste): «Se non dici la verità […]» significa che il primo già “conosce” la verità, e in base alla deposizione del secondo, è in grado accorgersi – con gli strumenti della legge – ch’è una menzogna oppure no; e allora perché chiederla al secondo?

Continuiamo attraverso l’assunto che il secondo sappia la verità vera. A questo punto io oppongo una contraddizione. Se la minaccia della sanzione è inferiore al guadagno che il secondo può ricavare dal deporre la menzogna, e tale deposizione non teme smentita (ossia da parte del secondo si ha la sicurezza al 100% di farla franca), noi avremo una verità basata su una bugia. Quindi ci ritroveremo col paradosso predetto: che un processo si basi sulla menzogna spacciata per verità dal teste fraudolento, mentre un qualsiasi ricordo di persone terze (me ed il lettore, ad esempio) – se slegato da un procedimento giudiziario – in sé non abbia valore riconosciuto in quanto indimostrabile. Ossia non è un documento che faccia storia, per rifarci all’incipit.

Se un uomo alla moglie – o viceversa – le confessasse di aver avuto un/a figlio/a extra coniugium scomparso/a, ella gli riderà in faccia, poiché egli non possederebbe i predetti documenti atti a dimostrare di aver ragione, ma unicamente ricordi. A moglie/marito [persone limite simboliche] non importa che i ricordi del marito/moglie siano veri, penserebbe che egli/ella sia un/una pazzo/a. E solamente perché la mancanza di carta, ossia un valore materiale e per giunta cadùco e scadente avrebbe la meglio sulle memorie (ricordi).

È noto che un evento della memoria, ipso facto è indimostrabile, perché se fosse dimostrabile, noi ci avvarremmo di esso o della stessa memoria, per rivivere la realtà, e non di documenti, di foto, di ritratti, di disegni, di quaderni, di lettere, di stati civili, ecc. Se questi non ci sono, sono stati smarriti, andati distrutti, apposta trafugati, la colpa è forse nostra? È nostra la colpa che ci costringe a trovare quei ricordi che appartengono ad esempio a due persone che sono vissute assieme? Il solo fatto di non trovare carta che verifichi quella storia, significa forse che non è esistita?

Io mi chiedo – non dico poco prima dei codici dell’epoca napoleonica conservatisi nei successivi ordinamenti anagrafici sino ad oggi, o precedentemente alle analoghe disposizioni ecclesiastiche di registrazione presso le parrocchie, norme risalenti al basso Medioevo – mi chiedo: un tempo, come poteva una/un donna/uomo dimostrare di essere madre/padre o di NON esserlo?

Il ricordo non è virtualità ma creazione. Quando, per esempio, una persona che ha dato la vita fisiologicamente, o amiche, amici, colleghe, colleghi, conoscenti hanno portato alla memoria di X pure una piccola cosa che fino a quel momento ella X non rammentava affatto, quella piccola cosa per X era inesistente, ma nel momento in cui la persona l’ha detta ad X, X l’ha ricordata ed è diventata reale. Esistente!

È nostro dovere ricordare il passato: noi siamo lì non nel futuro: è il ricordo che crea la Storia.

Per cui il senso della Storia medesima non presuppone affatto l’esistenza di un diritto naturale, intrinseco alla ragione umana e anteriore al diritto positivo, i cui principi di suprema giustizia dovrebbero costituire un modello ideale al quale fare costantemente riferimento nella formulazione di nuove leggi e nel giudizio sulla validità di quelle esistenti – la Storia, al contrario, va interpretata e valutata su fatti mnemonici, culturali, azioni ed eventi, alla luce del momento e dell’ambiente in cui si verificano, escludendo del tutto considerazioni formali e/o “universali”, che non hanno affatto valore, se non per il sistema di produzione vigente basato sulla sovrastruttura. Mi sia lecito concludere con le parole di Friedrich Meinecke:

«Ma se si vuole efficacemente collegare l’un con l’altra il fenomeno generale e la individualità delle sue origini, non rimane che iniziare una specie di peregrinazione, per le creste dei monti, che da una cima si diriga ad un’altra, mentre poi rimane sempre possibile rivolgere lo sguardo, da un lato e dall’altro, a monti ed a valli che pur non si vanno a visitare».

Andrej Ždanov

Risiede in Italia dal 1976. Si occupa di sociologia, musica e storia dell’arte, scrive su riviste di settore e insegna presso istituti medi superiori sia in Italia che all’estero.

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