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Colony: gli alieni ci hanno già colonizzato

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“Il mondo si è addormentato in piedi. È tempo di svegliarlo” – l’affermazione proviene da Andrew MacGregor, teorico della cospirazione e gestore del sito ‘Enemy Above’ che divulga tesi sugli extraterrestri ed il dominio del mondo, formulate sulla base di intercettazioni effettuate nel Dark Web e confidenze di una ristretta cerchia d’informatori. Un enorme volume di dati crittografati indecifrabili vengono scambiati sempre più freneticamente tra gli apparati istituzionali: per MacGregor, si tratta di un ulteriore indizio dell’esteso complotto intergovernativo del quale sarebbero parte le persone più potenti del pianeta. Nessun algoritmo conosciuto, né chiave – tantomeno un hacker – sono in grado di decriptare i pacchetti riservati che circolano sotterraneamente ai piani alti, da un angolo del globo all’altro. Da dove proviene questo codice crittografico impressionante? Sembrerebbe essere stato scritto da una intelligenza superiore. 

Colony, creata da Carlton Cuse e Ryan J. Condal, nominata per tre volte consecutive – dal 2016-18 – al Saturn Award come migliore serie televisiva di fantascienza, apprezzata da Stephen King per essere diventata “davvero qualcosa di speciale: intelligente, piena di suspense, sovversiva e stimolante”, rappresenta un gioiello imperdibile per tutti gli appassionati del genere. Il fatto che non sia stata rinnovata dopo la terza stagione non rappresenta una motivazione valida per abbandonare Colony nel dimenticatoio. Semmai, dopo la visione dei 36 episodi – la trasmissione in Italia è in corso dal 14 gennaio 2019 su Netflix –, non si potrà fare a meno di deprecare, ancora una volta, le incomprensibili motivazioni che conducono alla cancellazione di spettacoli degni di encomio. Una rappresentazione del tutto originale ed innovativa che esplora le complesse dinamiche di un’umanità assoggettata da misteriosi alieni tecnologicamente avanzati – e che, proprio per mezzo dei dispositivi smart e di algoritmi che permeano le nostre vite hanno instaurato la supremazia. 

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Collaborare, resistere o fare il doppio gioco? 

Sarah Wayne Callies e Josh Holloway in Colony

Non sussistono ulteriori alternative. L’ex agente FBI, Will Bowman (Josh Holloway) e la sua famiglia – composta dalla moglie Katy (Sarah Wayne Callies) e tre figli –  sono alla ricerca di un instabile equilibrio fra estremi inconciliabili: il collaborazionismo e la resistenza. La Terra è già stata conquistata: il mondo è amministrato da un’Autorità di transizione a cui appartengono dirigenti prescelti per servire oscuri interessi degli “Ospiti” extraterrestri. Esseri che nessuno fra la gente comune ha mai visto personalmente, ignorando perfino che aspetto possano avere. Nonostante ciò, sciami di letali droni robotici imperversano nei cieli di Los Angeles, pronti a vaporizzare ogni accenno di dissenso. Imponenti mura metalliche delimitano la città, ormai una colonia gestita da umani soggiogati ancor prima del drammatico evento dell’arrivo – come viene eufemisticamente indicata dagli abitanti l’invasione. Sotto l’iconica scritta “Hollywood” troneggia l’estesa barriera metallizzata invalicabile.  

Le mura aliene di Los Angeles

“È umiliante constatare quanto siamo insignificanti nell’Universo”– Alan Snyder (Peter Jacobson) è il governatore delegato del blocco di Los Angeles, una delle sezioni in cui è stata suddivisa la regione californiana. Da collaboratore degli Ospiti, gode di privilegi e protezione ed amministra la colonia con atteggiamento pragmatico, egoista e cinicamente manipolatore. Tuttavia, Snyder non è malvagio: pavido ed incapace di tollerare l’ignoto, oscillerà in maniera opportunistica fra l’aiutare i propri simili e tradirli. Del resto, il confine fra cosa sia realmente corretto e giusto si confonde con l’inganno e la convenienza. In un caos crescente, sorge il dubbio inquietante che gli Ospiti potrebbero non essere il male peggiore a cui l’umanità deve sopravvivere.    

Come distinguere il nemico?

Nel mezzo della lotta per evitare l’annientamento della specie, gli umani si troveranno perlopiù a combattere paradossalmente gli uni contro gli altri, nella densa cortina fumogena che avvolge la vita quotidiana durante l’occupazione. Anche la stessa famiglia Bowman è dilaniata da forze opposte, compiendo scelte difficili fra l’occupazione e la resistenza nel tentativo di restare uniti. Lo spettacolo pone in primo piano soprattutto l’analisi delle dinamiche sociali, come dichiarato da Carlton Cuse al momento della presentazione di Colony: “La storia della colonizzazione è in realtà un thriller di spionaggio con uno sfondo Sci-Fi (…). Volevamo esplorare l’evoluzione delle relazioni di un gruppo di persone che ha potere assoluto su altri, in una chiave contemporanea. (…) L’incongruenza di cercare di mantenere un ordine nella propria vita sotto un’incredibile oppressione è qualcosa che ci ha davvero affascinati”. 

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La serie evidenzia scomode verità, amalgamando atti di violenza e ribellione contro l’inquietante struttura degli apparati statali di sorveglianza e illustra le esplicite contraddizioni che tutto ciò comporta. Chi sono i buoni, chi sono i cattivi? 

“Siete come quel tipo di granchio che spinge tutti gli altri nel secchiello” – Everett Kynes (Wayne Brady)

La nuova realtà ha riscritto le regole, compresa l’etica. Anche la resistenza – un gruppo che avrebbe dovuto rappresentare idealismo e rettitudine – può essere covo di serpenti e traditori, al pari dei collaborazionisti che si aggrappano al potere. Azione, tensione, introspezione e distopia: non manca nulla, ma per le rivelazioni più sconvolgenti bisognerà attendere fino alla terza stagione. Flashback occasionali  – come le scene del 1969 a Houston – e dosati con sapienza ci mostrano persino un assaggio di come possa essere avvenuto il primo contatto, nonché una parziale, angosciante visione dell’arrivo.


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