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Dagon, la mutazione del male: scialba trasposizione dell’opera di Lovecraft

Diamo il via alla nostra rassegna di film d’ispirazione lovecraftiana: partendo dal presupposto che si tratta di una missione impossibile trasporre sulla pellicola le stesse suggestioni, atmosfere, suspense e descrizioni angoscianti e minuziose del genio di Howard Phillips Lovecraft, va detto che numerosi registi si sono cimentati nell’impresa. Perciò, nell’ottantesimo anniversario della scomparsa del celebre scrittore di Providence (il 15 marzo 1937, a soli 47 anni), Generazione X intende proporre ai lettori ed appassionati una selezione di opere cinematografiche per celebrare il padre della letteratura dell’orrore – assieme a Edgar Allan Poe – e precursore della moderna fantascienza. Dagon, la mutazione del male (2001) – titolo originale: Dagon, la secta del mar – diretto dal regista statunitense Stuart Gordon, è il primo film di cui vi parleremo in questo ambito, ispirato a Dagon (1917) e La maschera di Innsmouth (The shadow over Innsmouth, 1936), rispettivamente l’embrione onirico e allucinante della mitologia di Cthulhu ed uno dei più noti capolavori lovecraftiani.

Per quanto riguarda la trama, va sottolineato che l’adattamento si discosta notevolmente da entrambi i racconti. Non bisogna aspettarsi di vedere una pellicola che trasponga fedelmente le vicende descritte dallo scrittore. Si tratta di una sorta di miscuglio di elementi eterogenei cuciti fra loro. Gli aspetti che più si accostano alle storie superlative originarie sono le scenografie di Llorenç Miquel – nonostante sia stata la Spagna ad ospitare le riprese, anziché il Massachusetts – raccapriccianti e umide del sinistro villaggio in riva al mare. Imboca (così denominato nell’opera di Gordon) ed i suoi mostruosi abitanti, dagli occhi incredibilmente sporgenti e fissi, sono quasi di certo la migliore espressione visuale della ripugnanza e della minaccia ancestrale e oscura evocata dagli scritti di Lovecraft. Nell’isolamento più assoluto, il villaggio ha abbandonato il Cristianesimo per tramutarsi nel tempio sulla terraferma dell’antico culto di una divinità abissale: Dagon, il terribile signore delle profondità marine che, in cambio d’oro e pesci in abbondanza, esige sacrifici umani. Perfino i residenti di Imboca hanno un aspetto biancastro e viscido. Esseri tentacolari che si muovono deambulando in modo strascicante, soggetti a particolari deformità che li rendono simili a degli ibridi di creature acquatiche ed emettono lamenti dalle sonorità inconcepibili. Abitazioni fatiscenti e sudicie, marcescenti e perennemente invase d’acqua, vere paludi domestiche da cui emergono mutazioni anfibie inaspettate. È questo lo scenario che accoglierà gli sfortunati naufraghi di una lussuosa vacanza in barca a vela. I protagonisti – il milionario Paul (Ezra Godden) e la fidanzata Barbara, assieme alla coppia di amici Howard e Vicky – sono personaggi aggiuntivi, inseriti per sviluppare una narrazione che non aveva certo bisogno di supplementi per essere accattivante. Purtroppo, il luogo comune che nel genere dell’orrore sia necessario proiettare sullo schermo scene condite con un pizzico di scabrosità esponendo corpi femminili “per non annoiare lo spettatore”, ha varcato la soglia del Terzo millennio nella produzione cinematografica (in tal caso, firmata da Brian Yuzna e Julio Fernández).

Pur mantenendo una parziale caratterizzazione che lo assimila al protagonista de La maschera di Innsmouth, il facoltoso Paul risulta insipido e spesso perfino molesto con le sue ridicole esclamazioni. Invece, il defunto Francisco Rabal, nei panni dell’anziano Ezequiel, è l’unico interprete cui è spettata una parte ideata da Lovecraft – tralasciando l’epilogo –, ossia il delirante custode della storia e degli angoscianti segreti di Imboca. Fa eccezione la conturbante sacerdotessa-pesce UxÍa (Macarena Gómez), coi luccicanti paramenti in stile corallifero, antagonista ideata per la versione filmica che meglio si congiunge con l’opera dell’autore. Sarà lei stessa a svelare le origini e l’inquietante destino di Paul. Un incubo che irrompe nella realtà.

Nonostante ne siano state spesso tessute le lodi, il film – presentato nel 2001 al Festival internazionale del cinema della Catalogna – è senz’altro deludente per gli estimatori dello scrittore. Il ricorso al flash-back ed alle tecniche di animazione tridimensionale digitale – oltretutto, di scarsa qualità – non è paragonabile né utile a suscitare le tensioni e le inquietudini create nella pagina scritta. La rivisitazione operata da Gordon e Yuzna non ha avuto esiti felici, sottraendo efficacia, sorpresa e lasciando lo spettatore – anziché col fiato sospeso – immerso nella monotonia della ripetitività.

Flora Liliana Menicocci

Giornalista, ha sperimentato la scrittura in Rete fin dal 2003 e successivamente è approdata alle pagine di un quotidiano nazionale. Collabora con i periodici «Africana» e «Metodo». Nel 2013 ha fondato «Generazione X».

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