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Ricordo di Marco Tangheroni, a dieci anni dalla scomparsa

Lo studioso ci permetterà che su di lui diciamo una parola anche personale, che testimoni del suo coraggio, che non è soltanto intellettuale. Tangheroni ha ora quarantun anni [siamo nel 1987, ndGA]; diciotto anni fa (a ventitré anni, dunque), giovanotto sano e sportivo com’era, si preparava ad andare a sciare per le vacanze invernali, quando fu colto da un’influenza che, in seguito a impreviste complicazioni, gli mise fuori uso entrambi i reni. Da allora, ogni due giorni, si sottopone alla dialisi con il rene artificiale. Un handicap gravissimo che non lo ha però fermato: si è sposato, ha salito uno dopo l’altro i gradini della carriera universitaria; e non rinuncia neppure ai viaggi di studio e di lavoro in giro per il mondo, previa prenotazione del lavaggio del sangue, di cui ha bisogno, negli ospedali locali. È stata comunque quella sventura, così imprevista e imprevedibile, che ha risvegliato in lui una fede non del tutto spenta ma sopita. La sua educazione è stata cristiana, cattolica. “Sapevo che prima o poi avrei dovuto far seriamente i conti con il problema religioso. Ma, come tutti o quasi i giovani della mia età, continuavo a rinviare quel giorno. Tanto c’è tempo, mi ripetevo quando la questione mi si riaffacciava. Invece, all’improvviso, la notte di Capodanno del 1969 mi sono ritrovato in coma; quando ne sono uscito, le speranze di sopravvivenza erano limitate. Il tempo, che pensavo indefinito davanti a me, sì è così drammaticamente assottigliato. Ecco dunque che il problema che rinviavo mi si è presentato con urgenza: il fuoco della fede, che sembrava vegetare sotto la cenere, si è risvegliato. Da allora non ho fatto che confermarmi nella certezza che il Vangelo ha ragione, che il cristianesimo è la vera speranza per l’uomo”. Queste dichiarazioni a Vittorio Messori1 per comprendere come soltanto la profonda spiritualità ne abbia temprato fortemente la vita e il corpo: trentacinque anni di sofferenze, triste primato, superiore anche al caso del paziente di Treviso in dialisi dal 1969 al 1990.

Tutta la carriera accademica di Marco Tangheroni è stata una corsa: dottore a 22 anni, assistente a 23, professore incaricato a 29, ordinario a 35, preside a 37, come se il tempo gli chiedesse di far presto, molto presto. Tangheroni non amava le luci della ribalta, e per dirla con Robert Hughes, non voleva una porzioncina del lustro spettacolare fornito dalla cultura di massa, non era abbagliato dal suo lucicchio e dal suo blaterare; egli desiderava insegnare e basta, perché era di quelli che davano tutto e non chiedevano nulla.

Non sto a ripetere ciò che è stato affettuosamente scritto in questo decennio – ma vorrei citare il successo che, da quando ebbi l’alto onore di conoscere il Professore, egli soleva spesso rammentare: il titolo regionale toscano di tennis tavolo a metà anni Sessanta e non, al contrario, gli impareggiabili traguardi, punta di diamante della medievistica mondiale: Sardinia and Corsica from the mid-twelfth to the early fourteenth century, pubblicata nell’ottobre 1999 dalla New Cambridge Medieval History, e Trade and Navigation, uscita postuma nel marzo 2004 nella History of Italy dell’Università di Oxford.

Fabio Demi, ne “Il Tirreno” del 12 febbraio 2004, ha ricordato la passione particolare che Tangheroni provava per il calcio. E su questo tema mi piace chiudere il modesto omaggio alla sua memoria: l’Introduzione ad un annuario di storia delle coppe europee, impresa non ancora finita dal suo autore, il quale mi ha passato lo scritto, con preghiera di pseudonimo:

Ho avuto modo – per circostanze che qui non interessano – di seguire quasi giornalmente il lavoro di Piero Sbrana nella sua fase conclusiva, di rifinitura del libro, e ne ho apprezzato, ammirato, talora quasi odiato il suo perfezionismo. Temevo, infatti, che, novella tela di Penelope, esso rischiasse di non giungere mai alla sua conclusione. Intendiamoci: il mio mestiere di storico mi porta ad amare la precisione dei dettagli, la quale costituisce un legittimo pre-giudizio valutativo di un libro o di un saggio. Ma Sbrana ha praticato la virtù della precisione, della cura dell’esattezza, riuscendo, fino ad ora, a non farsi venire l’ulcera. Farò un esempio. Quando gli feci notare che il nome della squadra di Barcellona Español era stato catalanizzato in Espanyol, egli non fu contento finché, approfittando di un mio viaggio di studio in Spagna, non potei portargli informazioni certe e prove concrete del fatto e della data. Lode, comunque, a gente come te, Piero, ammesso che ce ne sia molta a giro: pensa che su un autorevole quotidiano italiano mi è toccato di leggere, a proposito di risultati della Liga spagnola, non solo Espanol (né con ñ ne con ny), ma addirittura Saint Jacques de Compostela invece di Santiago de Compostela. Certo, ho discusso molto con Sbrana delle intenzioni e delle finalità del suo libro. Per me il calcio internazionale è fatto di vari, talora precisi, talora confusi ricordi: ricordi di risultati, ma anche di formazioni, di uomini, di tattiche, di arbitraggi, di goal difficili e belli, di reti facili volgarmente sbagliate.

Mi sembra ieri ed era invece il 1969 quando assistetti a Milan-Ajax 4-1, a Madrid, con i tifosi olandesi che erano alla loro prima grande esperienza internazionale e si ubriacavano di birra in Plaza de Oriente, ma poi al Bernabeu c’erano anche gli italiani, e tanti, con bandiere tricolori e rossonore; ed io, che non sono milanista, potei mescolarmi a loro con facilità. Venti anni dopo – a Barcellona, Milan-Steaua 4-0 – gli 82.000 milanisti appartenevano, ormai, ad una tribù esclusiva, con i colori dipinti sul viso, con le proprie canzoni, con i propri nemici (Prisco, vicepresidente dell’Inter, ché di romeni c’era solo il figlio di Ceauşescu); io, pur godendo dello spettacolo dato dalla formazione di Sacchi, ero un estraneo, un puro spettatore. Ma è pur vero che la base dei ricordi è pur sempre nel nudo dato. Come sarà finito quel Bologna-Anderlecht di Coppa dei Campioni cui assistetti dopo un lungo viaggio in Cinquecento? E che turno era? Il Bologna fu, ricordo, eliminato, ma come? O quel Fiorentina-Celtic, cui pure ho assistito, quando si giocò? e fu un 1-0 inutile, come a me pare? E quell’Inter Liverpool 3-0 in cui Peiró rubò palla al portiere avversario, dando il via ad una prodigiosa rimonta, quando si giocò? Dio mio, non ricorderei neppure l’anno.

Il libro di Sbrana può, con la freddezza dei dati, rispondere a questi e a mille altri quesiti proprio – ora me ne rendo conto – grazie ad una sorta di ascesi purificatrice di ogni elemento accessorio, grazie a questa mistica del numero, che ha insieme del pitagorico e del biblico: non a caso, sul computer che usa ha, come salvaschermo, il versetto di Sapienza, XI, 21, Omnia in mensura, et numero, et pondere disposuisti. Badi, comunque, il lettore a tutto quello che questo libro ci dà. Esso è, addirittura, un minicompendio di storia contemporanea, con il suo riassumere le vicende storico-politiche collegate a quelle delle federazioni calcistiche e delle squadre di club; è lì a ricordarci cambiamenti di confini e di stati, drammi immani e pacifiche divisioni. Scrivo mentre ci sono le Olimpiadi di Atlanta ed i commentatori televisivi continuano a parlare di atleti cecoslovacchi e sovietici, mentre ci sono i cechi e gli slovacchi, i russi e gli ucraini, gli sloveni e i croati, i lettoni e i lituani e via discorrendo. La storia ha conosciuto, in questi ultimi anni, un’impressionante accelerazione, sì che la consapevolezza dei grandi cambiamenti intervenuti è, in molti di noi, insieme non matura e già annullata. Figuriamoci – se Sbrana non fosse lì a ricordarcelo – se qualcuno di noi avrebbe memoria di una pur esistita squadra campione della Saar una quarantina di anni fa. E, poi, diciamola tutta: questo non è un libro da sola consultazione. È un libro da leggere, magari affidandosi al caso, per non sottrarsi al fascino, mal spiegabile ma reale, delle statistiche, dei numeri, dei fatti ridotti all’essenziale; per recuperare, appunto, un certo gusto dell’essenziale, contro le troppe teorie, le troppe chiacchiere di cui oggi soffre il calcio sempre più ‘parlato’.

Come aveva torto Ernst Bloch a scrivere che se i fatti non vanno d’accordo con la teoria, tanto peggio per i fatti! Sì, probabilmente hai ragione tu, Piero Sbrana. Alla fine, numeros nudos tenemus!

Note:
1 Inchiesta sul cristianesimo, Mondadori, Milano 1993, p. 349-ss.
Giovanni Armillotta
Giovanni Armillotta è direttore di «Africana» (Lucca), rivista di studi extraeuropei: periodico di classe A, per il settore 14/B2: Storia delle Relazioni Internazionali, delle Società e delle Istituzioni Extraeuropee, secondo l’Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca. Inoltre essa è fra le quattordici riviste italiane consultate dall’«Index Islamicus» dell’Università di Cambridge.
http://www.giovanniarmillotta.it

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