Innanzitutto desidero ringraziare GX per avermi invitato a collaborare su calcio e società in quel mio modo antipatico e detestabile con cui ho esordito undici anni addietro, su testate geopolitiche e di affari esteri. E bisogna dire che la richiesta non poteva cadere in un momento più opportuno, in quanto siamo già in odore (fetore?) di Mondiali. Oggi vi parlerò del brasilianismo, un’orribile malattia infantile, senza antidoto, che i primogeniti della Generazione X contrassero a fine anni Sessanta. Il Brasile, superando l’Italia all’Azteca (1970) – per poi fermarsi ben 32 anni – entrò nell’immaginario collettivo degli ex giovani che si fanno ancora chiamare tali: ciò anche in virtù degli altri due titoli conquistati nel ’58 e ’62. Da allora anche un liscio, una gennarata, una finta ottenuta da un ridicolo inciampo, però “eseguita” da un calciatore brasiliano, assurge a genialità perché magari – venti minuti dopo – la Seleção strappa per caso una rete, e gli “esperti” fanno risalire il merito alla goffaggine predetta. Non staremo a demolire il mito dei cinque titoli mondiali superiori a quei quattro italiani per un solo rigore sbagliato, ma oggi entreremo nel merito e spaccheremo il capello.

Si approssimano appunto i mondiali, e la nazionale italiana battendo la Cechia è stata, pochi minuti dopo l’Olanda, la seconda Federazione a qualificarsi sul campo alla Coppa del Mondo 2014. Però, nonostante la grande soddisfazione offertaci dalla squadra di Prandelli, nel nostro paese ha già preso piede il tormentone-tiritera dell’eterno pre-osannato, immortale pre-venerato, sempre pre-celebrato e ogni volta pre-favorito Brasile: “la più grande nazionale di tutti i tempi”, “il calcio di un altro pianeta”, e via con queste proposizioni da spot pubblicitario di prima fascia. Al punto che di sicuro – se non per numero (dati i 193 milioni di abitanti dello Stato lusofono) – l’Italia vanta più tifosi della Seleção di qualsiasi regione del globo.

Che a qualcuno piaccia un calcio senza schemi, basato su inventiva estemporanea, clownismo, messa in ridicolo dell’avversario “scartato”, rispetto alla grandezza tecnica del pallone italiano o tedesco o argentino od olandese, è una questione personale e non ci piove. Però che si debba sentir dire da tempo immemore che il Brasile sia la squadra che si è maggiormente qualificata sul campo ai mondiali, rasenta davvero il patetico.
Non solo è falso, ma se elaboriamo la “classifica”-eventi, la predetta formazione giace alle spalle d’Italia (la prima in assoluto), Germania, Spagna e Inghilterra. Provate a studiarvi la tabella a seguire, e vedrete che il problema non è demolire le frasi fatte, ma capire come mai diventino leggende metropolitane.

Prospetto delle qualificazioni sul campo ad opera
delle nazionali campioni del mondo

Tabella: qualificazioni sul campo (nazionali campioni del mondo)

Legenda:
DET: qualificata come detentrice (la regola della campione uscente, qualificata alla fase finale, fu abolita dall’edizione 2006 compresa)
DIR: partecipazione diretta alla fase finale per rinuncia degli avversari in fase di qualificazione
ELI: eliminata alle qualificazioni
NIS: non iscritta alla Coppa del Mondo
ORG: qualificata alla fase finale in quanto federazione organizzatrice (la regola entrò in vigore dall’edizione 1938)
PAR: partecipante alla fase finale 1930, senza disputare la qualificazione, per l’esiguo numero di nazionali iscritte
QLF: qualificata sul campo
RIT: ritiratasi dalle qualificazioni dopo essersi iscritta
Note:
(1) Dato il numero esiguo di iscritte (13) non ci fu bisogno di qualificazioni preliminari.
(2) Nel 1934 non ancora era in vigore la regola che l’organizzatore si qualificasse di diritto alla fase finale; poi, ancor meglio, sul sito della Fifa: «Even Italy, who under later rules would automatically have qualified as the host country, had to play off against Greece and defeated them 4-0 in the San Siro Stadium [Girone 3 di qualificazione a due squadre, 25 marzo 1934: la Grecia rinunciò a disputare il ritorno; nda]»; inoltre: «Almanacco Illustrato del Calcio», LXIV [2005], p. 664; Antonio Ghirelli, Storia del calcio in Italia, Einaudi, Torino 1972, p. 139 e ulteriori innumerevoli fonti).
(3) Non si qualificò sul campo in quanto il Cile si ritirò senza giocare nemmeno una partita.
(4) Non si qualificò sul campo in quanto il Perù si ritirò senza giocare nemmeno una partita.
(5) Non si qualificò sul campo in quanto l’Argentina si ritirò senza giocare nemmeno una partita.
(6) Non si qualificò sul campo in quanto Ecuador e Perù si ritirarono senza giocare nemmeno una partita.
(7) La regola del detentore del titolo qualificato alla fase finale fu abolita dall’edizione 2006.

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