Una serie di reperti archeologici ‘fuori posto’ ha creato discordia fra gli studiosi circa la loro collocazione rispetto alla cronologia storica convenzionale. Per questa tipologia di manufatti viene usata la dicitura ‘Out of place artifact’ (OOPArt) che sta a significare, appunto, un’anomalia rispetto ai consueti modelli dell’evoluzione umana. Spesso si tratta di una datazione che collocherebbe il manufatto in un’epoca antecedente alla comparsa dell’uomo moderno sulla Terra – ossia, molto prima di 200mila anni fa – o di un reperto tecnologico che, in base alle attuali conoscenze del passato, appare troppo avanzato per essere stato sviluppato da popoli molto antichi. A meno che non siano esistite delle civiltà in possesso di tali conoscenze tecnologiche, le quali successivamente siano andate perse e riscoperte in tempi più moderni. Tale ipotesi, se presa in considerazione, potrebbe stravolgere le attuali nozioni storiche circa il passato remoto del genere umano. Lo scienziato Richard L. Thompson e lo scrittore Michael Cremo hanno ampiamente trattato l’argomento nel volume ‘Archeologia proibita, storia segreta della razza umana’, prima edizione italiana del Gruppo Futura – del quale abbiamo già parlato.

Segue una selezione parziale delle scoperte archeologiche più misteriose, tuttora inspiegabili o sulle quali non vi è una spiegazione univoca e che necessitano di ulteriori approfondimenti.

1. La mappa di Piri Reis

Mappa di Piri Reis, 1521

Ahmed Muhiddin Piri (1465/70-1553), ammiraglio e cartografo turco ottomano meglio conosciuto come Piri Reis, raccolse estese informazioni sulla navigazione e sui porti, carte e mappe accurate nel ‘Libro della Marina’ (Kitab-i Bahriye), una vasta opera completata intorno al 1521. Si tratta del più importante atlante nautico e portolano del periodo, conservato tuttora nella libreria del museo Topkapi a Istanbul. L’ammiraglio, basandosi su cartografie precedenti, nel 1513 compilò una mappa del mondo in cui è rappresentata una massa continentale che si protende dalla costa meridionale del Sud America: si tratterebbe dell’Antartide prima di essere ricoperta dai ghiacci. Il primo a suggerire pubblicamente l’ipotesi fu lo storico Charles Hapgood1, dopo aver ricevuto una lettera dal capitano Lorenzo W. Burroughs, addetto alla sezione cartografica dell’Aeronautica militare statunitense. La segnalazione inviata nel 1961 al Dr. Hapgood, studioso apprezzato da Albert Einstein per le sue teorie sui mutamenti geologici, indicava come il profilo di tale massa continentale avesse una corrispondenza con le coste dell’Antartide – scoperta ufficialmente più di trecento anni dopo l’opera di Piri Reis – che si trovano al di sotto dei ghiacci. Tuttavia, lo spostamento delle masse terrestri che nella mappa mostrano il Sud America collegato all’Antartide avrebbe impiegato milioni di anni, secondo gli studi più recenti. A quando risalgono le mappe su cui l’ammiraglio basò le sue riproduzioni?

2. Il sismoscopio di Zhang Heng

Una riproduzione del sismoscopio di Zhang Heng

Quindici secoli prima dell’invenzione del sismografo moderno – dovuta al fisico francese Jean de Hautefeuille, nel 1703 – l’ingegnere e geografo cinese Zhang Heng (78-139 d.C.) inventò un meccanismo simile in grado di rilevare i terremoti, il cui funzionamento non è ancora del tutto chiarito. Lo strumento, conosciuto anche come ‘Houfeng Didong Yi’, dimostrò la propria efficacia nel 138, quando registrò una scossa tellurica avvenuta a più di 600 chilometri di distanza, nella provincia di Gansu – indicandone anche la direzione.

Repliche del sismografo più antico al mondo hanno funzionato con una precisione paragonabile agli strumenti moderni. Nel 2005, sismologi ed archeologi cinesi avevano annunciato2 la realizzazione della più accurata riproduzione esistente: simile ad un’urna, munito di un pendolo centrale. Al verificarsi di un terremoto, l’oscillazione del pendolo aziona una serie di leve interne, inducendo il rilascio di una sfera di bronzo dalla bocca di uno degli otto draghi all’esterno dell’urna. La sfera metallica, provocando l’emissione di un suono, finisce a sua volta nella bocca di una rana e al contempo indica la direzione in cui è avvenuto il sisma. I test effettuati dagli scienziati con simulazioni sismiche hanno dimostrato l’accuratezza e affidabilità del sismoscopio, con rilevazioni di terremoti avvenuti Tangshan, Yunnan, sull’altopiano del Tibet ed in Vietnam.

3. La macchina di Anticitera

Riproduzione della macchina di Anticitera

L’isola di Anticitera – o Antikythera, dal greco – è una piccola terra emersa situata a Sud del Peloponneso. Divenne famosa nel 1902, in seguito al ritrovamento archeologico del relitto di una nave naufragata nelle acque circostanti. Nel relitto, fra statue di bronzo e marmo, monete preziose ed altri monili, furono rinvenuti i resti di un congegno meccanico. Considerato tuttora il più antico calcolatore analogico della storia, l’oggetto fu denominato “macchina di Anticitera”. Si stima che il veliero, una imponente nave da carico romana, sia sprofondato nei fondali intorno all’anno 80 a.C., probabilmente in seguito ad una burrasca. Attraverso complesse operazioni di recupero, dovute anche all’intensità delle correnti sottomarine del luogo, il pregiato carico fu riportato in superficie: fra i bronzi vi erano statue come l’efebo ed il filosofo di Anticitera, nonché il misterioso oggetto che fu catalogato e restaurato nel Museo Archeologico Nazionale di Atene.

Svariate ipotesi sul funzionamento e la finalità stessa del reperto si sono susseguite fino ai giorni nostri, assieme agli studi che seguitano a suscitare un forte interesse nel mondo scientifico. L’analisi del suo funzionamento ha svelato infatti che il dispositivo sarebbe un vero e proprio computer analogico destinato al calcolo astronomico della posizione solare, delle eclissi di Sole e Luna, della posizione lunare e delle varie fasi del satellite, oltre al calcolo della posizione dei cinque pianeti noti in epoca ellenistica – Marte, Giove, Saturno, Mercurio e Venere. Rimane ancora ignota la funzione di alcuni quadranti di cui è composto il meccanismo. Si tratta di un reperto unico nel suo genere, fra le rare testimonianze di antiche conoscenze andate perdute. “Per concepire un oggetto come Antikythera, in cui occorrono complessi calcoli matematici e una conoscenza dettagliata di astronomia, bisogna essere un esperto di matematica e di ingegneria: un genio, avanti di secoli rispetto al suo tempo, se non addirittura di millenni”, afferma l’ingegner Giovanni Pastore della Facoltà di Ingegneria meccanica del Politecnico di Bari3. La macchina di Anticitera si basa su un modello georeferenziato che tiene conto delle variazioni della velocità dei corpi celesti dovute alle orbite ellittiche, nonché su sistemi meccanici epicicloidali per ottimizzarne il calcolo. Il pannello frontale, suddiviso in tre sezioni, comprende diversi calendari – egizio, callippico, metonico ed olimpico – e tiene inoltre in considerazione il ciclo di Saros, relativo alla ripetizione delle eclissi di Sole e Luna, ed il ciclo Exeligmos.

4. I geoglifi di Nazca

Uno dei più famosi geoglifi di Nazca: il colibrì

Sull’arido altopiano desertico di Nazca, nel Perù meridionale, sono presenti 13mila linee che, osservate dal cielo, vanno a comporre oltre 800 disegni stilizzati di figure animali e forme geometriche. L’origine delle celebri “linee di Nazca” è stata datata fra il 300 a.C. ed il 500 d.C., epoca in cui fiorì l’omonima civiltà preincaica sulle sponde del fiume Aja. I geoglifi furono scoperti dal pilota Eduardo Herrán Gómez de la Torre e analizzati dall’archeologo peruviano Tokibio Mejia Xesspe nel 1926. Si estendono per 450 metri quadrati ed alcuni di essi – incluse delle figure non ancora identificate, le quali potrebbero rappresentare delle costellazioni – raggiungono i 200 metri di lunghezza. Nel 2019, servendosi di satelliti e intelligenza artificiale, un gruppo di ricercatori guidati dall’antropologo Masato Sakai dell’Università di Yamagata in Giappone, ha individuato 143 ulteriori geoglifi di lunghezza compresa fra i 5 ed i 100 metri – raffiguranti animali, persone ed oggetti. Tecnicamente, le linee di Nazca furono realizzate tramite la rimozione dello strato superficiale desertico, composto da ciottoli e dal colore rossastro (contenente ossido di ferro), facendo così emergere la sottostante sabbia chiara. Nel corso del tempo, i solchi – profondi circa 30 centimetri – si sarebbero conservati grazie al clima arido, asciutto e privo di significative correnti d’aria.

Diverse teorie si susseguono circa la loro utilità: le forme furono tracciate come delimitazione di un luogo di culto, come segno di ringraziamento agli dei, o si trattava di un circuito dal significato astronomico? Ulteriori ipotesi indicano una corrispondenza con le risorse d’acqua sotterranee del luogo, ossia una sorta di mappa. Come sia stato possibile realizzare le linee di Nazca, non avendo una visuale d’insieme dall’alto, è un interrogativo che tuttora non ha trovato una risposta definitiva. Si suppone che i disegni possano essere stati dapprima realizzati in scala ed, in seguito, riprodotti sul terreno nelle dimensioni attuali tramite un reticolo di corde. Eppure, tale ipotesi non spiega una peculiarità delle forme impresse sull’altopiano: perché le figure sono state disegnate con una unica linea che non si interseca mai con sé stessa?

5. La città lagunare di Nan Madol

Rovine di Nan Madol

Prime tracce delle magnifiche e imponenti strutture in pietra – blocchi alti 25 metri e con uno spessore di 17 metri – furono scoperte nell’Oceano Pacifico, più esattamente nella laguna esterna all’isola micronesiana di Pohnpei, nel 1928. Di recente, grazie alle tecnologie satellitari, gli archeologi sono stati in grado di individuare la misteriosa città – risalente ad un periodo compreso fra il I-II secolo a.C – che si estende su 92 isolette artificiali collegate da viadotti. Strutture di forma prismatica in pietra nera, del peso complessivo di 750mila tonnellate, edificate su una barriera corallina: una notevole sfida ingegneristica anche per i tempi moderni, realizzata migliaia di anni fa. In che modo? Nan Madol, capitale dell’antica dinastia Sau Deleur, sarebbe stata abitata in totale da circa 30mila persone. Per erigerla, gli abitanti avrebbero dovuto spostare in media 1850 tonnellate di basalto all’anno per quattro secoli. Nessuno è in grado di spiegare come possano aver compiuto una simile impresa. In base alla composizione chimica delle rocce4, i blocchi provengono dal lato opposto di Pohnpei: un tragitto di oltre 40 km per giungere alle barriere coralline sommerse che sono le fondamenta di Nan Madol. Il sito megalitico, il cui nome originale è Sounahleng – dal significato letterale di “scogliera del Paradiso” – rappresenta l’unica città al mondo ad essere edificata sopra una barriera corallina.

La complessità della costruzione è tale da suscitare un arcano timore fra le popolazioni del luogo – che vi conducono i turisti soltanto nelle ore diurne, essendo impauriti dagli avvistamenti notturni di misteriose sfere incandescenti – e una varietà di interrogativi fra gli studiosi. Sull’isola non sono state rinvenute tracce di meccanismi utilizzati per la lavorazione o il trasporto dei blocchi basaltici, né leve per il loro sollevamento. I nativi pohnpeiani narrano leggende che si tramandano da generazioni, storie relative alla venuta di esseri di altezza paragonabile a giganti, dotati di poteri sovrannaturali. Essi temono tuttora di visitare le rovine di Nan Madol, credendole infestate da fantasmi. Difatti, nella città furono sepolti i primi capi della dinastia Sau Deleur: la prima sepoltura monumentale risale al 1200 a.C., epoca in cui fu costruita la prima tomba in pietra e corallo. Dopo tale evento cerimoniale, le costruzioni megalitiche proseguirono fino al 1600 d.C.

Alcuni punti della città sono orientati verso il sorgere della costellazione di Orione, mentre il settore Nord-orientale, che era il luogo religioso e mortuario, presenta i vertici rivolti verso il sorgere del Sole. Il più complesso edificio è il Nandauwas, l’obitorio reale. Esteso su un’area superiore a quella di un campo di calcio, presenta pareti alte quasi otto metri ed uno soltanto dei suoi cardini pesa 50 tonnellate. La totalità degli edifici è protetta dall’innalzamento delle maree con imponenti frangiflutti e barriere. Tombe circondate da alte mura sono state localizzate sulle isole di Peinkitel, Karian e Lemonkov. Chi erano i Sau Deleur? Una serie di capi dominò Pohnpei per molti secoli: discendenti di Olohsopa che esercitarono un enorme potere, sino a trasformarsi in tiranni. Tale periodo storico viene indicato come “il tempo del Signore di Deleur” (Mwehin Sau Deleur). Le leggende tramandate oralmente descrivono Olohsopa ed il suo gemello Olohsipa come esseri dotati di poteri occulti: si narra che un pozzo dell’isola di Idehd ospitasse l’anguilla sacra che incarnava una divinità marina, nutrita da sacerdoti con carne di tartarughe appositamente allevate. Enigmi che avrebbero inoltre ispirato la narrazione della città morta di R’lyeh, ne ‘Il richiamo di Cthulhu’ (1928) di Howard Philip Lovecraft.

Citiamo infine alcuni dei presunti reperti preistorici che si sono dimostrati falsi o inesistenti:

Il disco genetico, una pietra nera circolare con delle raffigurazioni corrispondenti all’evoluzione, la riproduzione umana ed alla divisione cellulare come appare al microscopio moderno. Secondo quanto dichiarato nel 2001 dal curatore della mostra ‘Unsolved Mysteries’ Klaus Dona, il manufatto sarebbe risalente a circa 6mila anni fa. Analizzato ai raggi X dalla mineralogista Vera Maria Felicitas Hammer del Museo di Storia naturale di Vienna, risulta essere composto di feldspato, quarzo e mica – ossia, include materiali moderni pertanto è un falso;

I dischi di pietra di Dropa. A quanto pare, tali dischi non sarebbero mai esistiti: si tratterebbe, per sua stessa ammissione, di una invenzione letteraria dello scrittore Kayl Robin-Evans, nel volume ‘Sungods in Exile’ (1978), scritto con lo pseudonimo di David Gamon.

Note:

1 Charles H. Hapgood, Maps of the Ancient Sea Kings: Evidence of Advanced Civilization in the Ice Age, Adventures Unlimited Press, Kempton 1966.
2 People’s Daily Online, China resurrects world’s earliest seismograp, June 13, 2005.
3 Giovanni Pastore, Il calcolatore di Antikythera, www.giovannipastore.it
4 Mark McCoy, “Earliest direct evidence of monument building at the archaeological site of Nan Madol (Pohnpei, Micronesia) identified using 230 Th/U coral dating and geochemical sourcing of megalithic architectural stone”, Quaternary Research, November 2016, pp. 295-303.

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