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La Cina fra due guerre mondiali nel recente libro di Gabriele Altana

Nello scrivere una recensione relativa ad un saggio storico, non v’è certo il problema di svelare la “trama” o gli intrecci del periodo preso in esame, quanto apprendere ciò che maggiormente in esso induca motivo di originalità ed entusiastica lettura.

Innanzitutto non dobbiamo farci ingannare dal titolo del recente libro di Gabriele Altana – attuale Ambasciatore ad Helsinki – L’Italia fascista e la Cina. Un breve idillio (Aracne, Roma 2017, pp. 316, € 18,00). Il volume non è solo un’analisi completa ed esaustiva di un fondamentale capitolo della diplomazia italiana, ma un vero e proprio libro di storia relativo agli affari estremorientali di quegli anni.

Dopo un iniziale capitolo dedicato alle origini dell’interessamento italiano in Cina, dal Medioevo sino al primo dopoguerra, lo studio – basandosi su una bibliografia immensa (Documenti diplomatici italiani, opere dei rappresentanti del nostro Paese in Cina, di ulteriori autori italiani, cinesi e terzi) – giunge sino alla fine della seconda guerra mondiale, riassumendo gli aspetti di tenore politico e geopolitico riguardanti Roma, le sinocapitali (su cui ci soffermeremo), nonché Tokyo, Berlino, Mosca, Washington, Londra e Parigi.

Le vicissitudini che la Cina ha affrontato dalla fine del Junfa shidai (èra dei signori della guerra, 1916-1928), con l’unificazione del Paese ad eccezione delle regioni governate dal Partito comunista cinese (zone sovietiche dal 1929 al 1937) – sino all’inizio dell’inserzione nipponica nel 1931 sono nel testo esaminate in maniera totale e obiettiva, guardando pure ogni altro scenario mondiale distante, o più vicino, dai teatri in argomento.

L’invasione e secessione del Manzhouguo (1931-32, Manciukuò: nord-est del Paese) voluta da Tokyo, poi la guerra col Giappone – 1937: la vera data d’inizio del secondo conflitto mondiale, non considerata tale in quanto avulsa dal contesto bianco – pose la diplomazia italiana di fronte alla proliferazione degli esecutivi cinesi nazionale e quisling (infra) e creò molteplici confusioni ed enormi imbarazzi.

L’invasione del Sol Levante comportò che sedi consolari e l’Ambasciata italiana si venissero a trovare in territori che man mano proclamavano l’“indipendenza”, dando vita a Stati-fantoccio controllati da Tokyo.

Basti solamente elencarli, per dare una minima idea del ginepraio in cui la nostra diplomazia e le altre – specie la tedesca, alleata di Tokyo, ma simpatizzante per l’antigiapponese Generalissimo Jiang Jieshi [Chiang Kai-shek, 1887-1975] – si trovassero, per non dispiacere sia Jiang che il traditore filonipponico Wang Jingwei [Wang Ching-wei, 1889-1944]:

Consiglio Autonomo dello Hebei Orientale (1935-38) di Yin Rugeng [Yin Ju-keng 1885-1947], con capitale Tongzhou [Tungchow];
Municipalità della Grande Via (Dadao, 1937-38), buddista-taoista, del prof. Su Xiwen [Ssu Hsi-wen, 1889-1945], con capitale a Shanghai;
Governo Provvisorio della Cina (1937-40) di Wang Kemin (Wang K’o-min. 1879-1945), con capitale a Pechino;
Governo Nazionale Riformato della Repubblica della Cina (1938-40) di Liang Hongzhi [Liang Hung-chih, 1882-1946], con capitale a Nanchino;
Governo autonomo unito di Mengjiang (Mongolia Interna, 1939-45) di Demchugdongrub (1902-66), con capitale Zhangjiakou [Kaigan];
Governo Nazionale Riorganizzato della Repubblica della Cina (1940-45) di Wang Jingwei (1889-1944), con capitale a Nanchino, il maggiore e più importante di essi; la bandiera nazionale era simile a quella della Repubblica di Cina di Jiang (con stemma del Guomindand [Kuomintang]), ma con sopra uno stendardo giallo con la scritta: «Pace, Anticomunismo, Ricostruzione Nazionale».

A questi dobbiamo unire le realmente indipendenti Repubblica della Cina (1912-49) di Jiangn Jieshi, con capitale prima ad Hankou [Hankow] e poi Chongqing [Chungking] dal 1938 al 1945 e la Repubblica Sovietica Cinese (1930-37), di Mao Zedong (1893-1976), con capitale a Ruijin.

La necessità romana di mantenere buoni rapporti con Jiang Jieshi – che da tempo non nascondeva le sue simpatie per Mussolini e viceversa – e al contempo con l’alleato Giappone e con i governi-fantoccio cinesi da esso diretti – tutti con in comune l’anticomunismo – creò degli alti e dei bassi. Gl’italiani non solo dovevano riuscire – a volte a stento e fatica – a curare l’interesse nazionale, ma la finale “sinizzazione” del nostro Stato in due tronconi – il Regno del Sud e la Repubblica Sociale Italiana – comportò pure la divisione delle diplomazie.

La prima invano resisté nel difendere la Concessione del Guado del Fiume del Paradiso, ossia Tianjin [Tientsin], conquistata militarmente dai giapponesi nel settembre 1943. Al contrario la diplomazia della RSI, il 14 luglio 1944, ufficialmente al cospetto del governo di Wang Jingwei ebbe l’accortezza di rinunciare alla Concessione sia all’extraterritorialità che al diritto di mantenere truppe in Cina. Tale passo fu poi ribadito attraverso il trattato di pace del 10 febbraio 1947 però nei confronti del governo legittimo di Jiang, che era subentrato nella Concessione a quello di Wang il 22 novembre 1945. Azioni che non ci portarono l’ostilità cinese in fase di trattative, al punto che la Cina ci riconosceva i diritti sulle sedi consolari di Shanghai, Tianjin, Hankou e all’Ambasciata di Pechino.

Trovarsi in tutti i posti giusti nei momenti sbagliati e più drammatici, ha reso la nostra diplomazia ricca di un bagaglio eccezionale di esperienze, conoscenze, simpatie. Esse pagarono nel lungo periodo. Quando l’Italia di Pietro Nenni, Giuseppe Saragat, Amintore Fanfani e Aldo Moro, dopo aver stabilito relazioni diplomatiche il 6 novembre 1970, e scambiato gli Ambasciatori il 12 febbraio 1971, votò il 25 ottobre a favore del progetto di risoluzione albanese A/L. 630 e Add. l e 2, diventato Ris. 2758 (76 favorevoli, 35 contrari e 17 astenuti), con cui l’Assemblea Generale dell’ONU surrogava Jiang Jieshi con Mao Zedong.

Il libro ci svela inoltre curiosità rilevanti: il primo Stato italiano a vantare una presenza ufficiale in Cina fu il Regno delle Due Sicilie ad Aomen [Macao] e Guangzhou [Canton] agli inizi del sec. XIX. Da ricordare la vittoria italiana nel raid automobilistico Parigi-Pechino del 1907; le figure del medico Ludovico Nicola Di Giura (1868-1947) e dell’accademico Guido Amedeo Vitale (1872-1918), i quali dettero immensi contributi alla conoscenza della letteratura sinica in Europa; e ulteriori pregevolissime note con protagonista il nostro Paese, sono poste a latere del percorso annunciato dal titolo.

Uno dei molti pregi dell’opera di Gabriele Altana sta nel vedere la Cina dal di dentro attraverso la corrispondenza o le opere di chi era lì, e non limitarsi ad una disamina storica dei fatti. Nessuno meglio d’incaricati d’affari, consoli, ambasciatori e vario personale può avvicinarsi agli eventi, poiché il compito di un diplomatico non è tratteggiare a tinte personalistiche le realtà che si stanno vivendo, edulcorandole o stravolgendole al peggio a mo’ propagandistico. Il compito di un diplomatico è riportare la verità così come la si vive ogni giorno pure a rischio della propria vita, com’è accaduto in Cina negli anni Trenta e Quaranta.


Giovanni Armillotta
Giovanni Armillotta è direttore di «Africana» (Lucca), rivista di studi extraeuropei: periodico di classe A, per il settore 14/B2: Storia delle Relazioni Internazionali, delle Società e delle Istituzioni Extraeuropee, secondo l’Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca. Inoltre essa è fra le quattordici riviste italiane consultate dall’«Index Islamicus» dell’Università di Cambridge.
http://www.giovanniarmillotta.it

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