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“Dopo” il Porcellum III

Un giovane Giulio Andreotti – da sempre distaccato dalla retorica – definì le prime consultazioni elettorali del nostro Paese: la “vera rivoluzione antifascista e democratica” che avvenne una volta “restituita l’arma del voto”1 agli italiani. Lo fu anche dal punto di vista sociale. Alle amministrative del 19462 votarono per la prima volta le donne. La questione si trascinava sin dal 1861 e con legge 22.11.1925, n. 2125 (Ammissione delle donne all’elettorato amministrativo) parve essere risolta. Però tali elezioni furono abolite l’anno dopo dalle disposizioni che crearono innanzitutto la figura del Podestà, di nomina regia (l. 4.2.1926, n. 237) e, in seguito, trasferirono le sue funzioni in ogni municipio dello Stato (regio decreto l. 3.9.1926, n. 1910): una delle cosiddette leggi ‘fascistissime’. Si giunse al decreto legislativo luogotenenziale 2.2.1945, n. 23 (Estensione alle donne del diritto di voto), il quale continuava a non prevedere l’elettorato passivo femminile, ossia la possibilità di diventare consigliere, sindaci, ecc. Si pose riparo attraverso il d.l.l. 10.3.1946, n. 74 (Norme per l’elezione dei deputati all’Assemblea Costituente): “Capo II. Eleggibilità. Art. 7: Sono eleggibili all’Assemblea Costituente i cittadini e cittadine italiani che, al giorno delle elezioni, abbiano compiuto il 25° anno di età […]”3. La maggior percentuale di donne votanti si riscontrò al Sud: 78,5% contro 77,4% di suffragio maschile4. Le elezioni per Assemblea Costituente e il Referendum istituzionale sulla scelta fra monarchia o repubblica furono indette il 2 giugno 1946, data scelta in coincidenza con il LXIV anniversario della morte di Giuseppe Garibaldi.

Tabella 1
Tabella 1
*: percentuale complessiva di coloro che non si sono recati a votare più le schede bianche e le nulle, sul totale degli elettori iscritti

Intanto con l. 7.10.1947, n. 1058, si abbassò a 21 anni la maggiore età (al Senato l’età minima per votare è tuttora di 25 anni mentre quella di elezione passiva sempre di 40). Il sistema proporzionale adottato per l’AC si applicò in seguito anche per le elezioni di Camera e Senato, rispettivamente con la l. 5.2.1948, n. 26, e l. 6.2.1948, n. 29.

Senato della Repubblica (1948-1983)

Tabella 2
Tabella 2
*: percentuale complessiva di coloro che non si sono recati a votare più le schede bianche e le nulle, sul totale degli elettori iscritti
G.p.: gruppi parlamentari formatisi nel corso della Legislatura dall’inizio alla fine
Liste: partiti, movimenti e raggruppamenti che hanno partecipato alle elezioni

Per quanto riguarda il Senato per essere eletti direttamente era necessario il 65% dei voti nel collegio di presenza. In realtà dal 1948 al 1992 dei 3.240 senatori eletti, solo 42 sono riusciti ad ottenere la suddetta percentuale, perciò si era scelto il voto di lista ‘camuffato’ (proporzionale)5.

Senato della Repubblica (1987-2013)

Tabella 3
Tabella 3
*: percentuale complessiva di coloro che non si sono recati a votare più le schede bianche e le nulle, sul totale degli elettori iscritti
G.p.: gruppi parlamentari formatisi nel corso della Legislatura dall’inizio alla fine
Liste: partiti, movimenti e raggruppamenti che hanno partecipato alle elezioni

Per ciò che concerne la Camera dei Deputati, la l. 31.3.1953, n. 148 (legge truffa), attribuì un premio di maggioranza (380/590 seggi: 64,41%) a quel raggruppamento di partiti che avesse ottenuto il 50% più uno dei voti validi. La Camera approvò con 339 favorevoli e 25 contrari (Msi, Pnm e dissidenti); socialisti e comunisti non parteciparono al voto. Alle elezioni del 7-8 giugno 1953 per la Camera, le forze coalizzate (Dc, Psdi, Pli, Pri, Südtiroler Volkspartei e Partito sardo d’azione) fallirono l’obiettivo, ottenendo il 49,79%. Esse erano certe di potersi affermare poiché nella legislatura precedente assieme avevano raggiunto il 62,59%. Fu una prova di sdegno popolare nei confronti di una legge iniqua. La legge truffa fu cancellata con l. 31.7.1954, n. 615.

Camera dei Deputati (1948-1983)

Tabella 4
Tabella 4
*: percentuale complessiva di coloro che non si sono recati a votare più le schede bianche e le nulle, sul totale degli elettori iscritti
G.p.: gruppi parlamentari formatisi nel corso della Legislatura dall’inizio alla fine
Liste: partiti, movimenti e raggruppamenti che hanno partecipato alle elezioni

La legge elettorale della Camera prevedeva che per conseguire la rappresentanza parlamentare un partito doveva ottenere 300mila voti e realizzare un quoziente, ossia un numero di voti concentrato almeno in una circoscrizione, tale da consentirgli di superare il quorum per l’attribuzione di ulteriori seggi. Nel far questo si aveva il massimo rispetto per il concetto di minoranza.
Successivamente la maggiore età fu portata a 18 anni, con l. 8.3.1975, n. 39, fermi restando i limiti al Senato.

Camera dei Deputati (1987-2013)

Tabella 5
Tabella 5
*: percentuale complessiva di coloro che non si sono recati a votare più le schede bianche e le nulle, sul totale degli elettori iscritti
G.p.: gruppi parlamentari formatisi nel corso della Legislatura dall’inizio alla fine
Liste: partiti, movimenti e raggruppamenti che hanno partecipato alle elezioni

Un primo tentativo a che la volontà espressa dalla maggioranza dei votanti fosse tenuta largamente più in conto di quella degli altri elettori si ebbe con il referendum del 9-10 giugno 1991. Esso sosteneva la riduzione del numero delle preferenze alle votazioni per la Camera da 3-4 a una sola. Ricordo bene che la campagna referendaria più che su aspetti tecnici, concentrò l’attenzione sensazionalistica sulla questione mafia. Si sosteneva che la preferenza unica avrebbe sconfitto definitivamente la criminalità organizzata. A parte la ridicola risibilità dell’affermazione – che però convinse il 95,57% di coloro che espressero schede valide (62,5% degli elettori iscritti) – si evinceva come il controllo dell’opinione pubblica (attraverso mass media, stampa-che-conta e orchestrazioni manipolate) fosse l’unica ragione per cui s’auspicasse il sistema maggioritario a detrimento del precedente: rafforzare gli apparati dei partiti al vertice.

Venendo meno – con la scomparsa dell’Urss di 165 giorni prima – una contrapposizione ideologica sia pure formale nell’àmbito degli schieramenti militari Nato/Patto di Varsavia – era necessario mantenere lo scontro sul versante dell’omologazione. Ossia offrire un motivo affiché il partito X, che non si distingueva più dall’avversario Y (né in programma, neppure in difesa del lavoro e nemmeno sulle scelte di politica estera) potesse, tramite le personalità carismatiche dei leader e la spettacolarizzazione della politica corru-spazzatura, trasformare la società civile in stadio interclassista.

Chi meglio del maggioritario poteva mettere a tacere opposizioni reali, dissidenti e voci fuori del coro?

Il referendum del 18-19 aprile 1993 – condotto in pieno disgusto primotangentopolitano – abrogò la legge elettorale per il Senato e fu il cavallo di Troia per l’introduzione del sistema maggioritario. Con le leggi 4.8.1993 n. 276 e n. 277 (‘Mattarellum’), si portò il 75% degli eletti al Senato e alla Camera secondo il maggioritario, ed il 25% con il proporzionale, nonché lo sbarramento alla Camera per i partiti che non raggiungevano il 4%. Tale sistema determinò le consultazioni del 1994, 1996 e 2001.

Nel frattempo con l. 23.2.1995 n. 43 (‘Tatarellum’) anche le elezioni regionali ebbero un’impronta maggioritaria, nonché presidenzialistica. Prima ancora la l. 25.3.1993, n. 81 stabilì che il sindaco fosse eletto direttamente dai cittadini, e che lo stesso nominasse i componenti della giunta (che prima erano a cura del consiglio comunale).

Al fine siamo giunti al ‘Porcellum’ (l. 21.12.2005, n. 270). Esso sopprime la libertà da parte dei cittadini di scegliere i candidati (stabiliti ex ante dal partito); inoltre, a somiglianza della fascista legge Acerbo e della centrista legge truffa, assegna alla coalizione vincente 340/630 deputati alla Camera (53,97%) e il 55% al Senato su base regionale.

Un’ulteriore perla è la divisione dei partiti in Serie A e B. Se in una coalizione per la Camera che ha superato il 10% dei voti nazionali, una lista in essa riesce ad ottenere almeno il 2% ottiene deputati, per non dire del caso del miglior perdente che può avere seggi anche con molto meno del 2%6. Invece a un partito che si presenti da solo gli è opposto lo sbarramento del 4%. Nel caso poi del Senato, le Serie A e B riguardano le stesse regioni (il rapporto è colazione 20%, liste interne 3%, e i partiti solitari sono sbarrati all’8%). Per tale criterio alcune regioni pesano più di altre in quanto i senatori da inviare a Roma sono in funzione della popolazione delle medesime: tipo delegati all’amerikana.

Il 4 dicembre 2013 la Consulta ha fatto giustizia dichiarando l’anticostituzionalità della predetta normativa. Al contempo, studiando meglio le statistiche delle recenti elezioni per la XVII L., notiamo che con il 30,43% alla Camera e il 30,50% al Senato, il partito di maggioranza relativa – per la prima volta nella storia repubblicana! – è di quelli che non si sono recati a votare, più coloro i quali hanno consegnato la scheda bianca o l’hanno annullata.

Simboli e acronimi con più frequenze
nel ‘bel tempo antico’ del proporzionale (1946-1992)

Tabella 6
Tabella 6

N.B.: In merito alle elaborazioni tabellari i dati relativi sono tratti da: elezionistorico.interno.it; per i gruppi parlamentari: www.camera.it e www.senato.it

Note:
1 Giulio Andreotti, Una forza, “Il Popolo”, 27 marzo 1946, citato in Pier Luigi Ballini, La rifondazione della democrazia nei Comuni: la legge elettorale amministrativa e le elezioni comunali del 1946, in Id. (a c. di), Le autonomie locali. Dalla resistenza alla I legislatura della Repubblica, Rubbettino, Soveria Mannelli (Cz) 2010, p. 412.
2 10, 17, 24, 31 marzo; 7 aprile; 6, 13, 20, 27 ottobre; 3, 10, 17 e 24 novembre 1946.
3 Supplemento ordinario alla “Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia”, N. 60, 12 marzo 1946, p. 3.
4 P.L. Ballini, cit., p. 414.
5 Per chi vuol conoscere meglio l’ex procedura, cfr. Costantino Mortati, Istituzioni di diritto pubblico, CEDAM, Padova 1975, Tomo I, pp. 458, 442, 451 [nell’ordine].
6 ELEZIONI 2013 – Il meccanismo di voto – Il miglior PERDENTE
Giovanni Armillotta
Giovanni Armillotta è direttore di «Africana» (Lucca), rivista di studi extraeuropei: periodico di classe A, per il settore 14/B2: Storia delle Relazioni Internazionali, delle Società e delle Istituzioni Extraeuropee, secondo l’Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca. Inoltre essa è fra le quattordici riviste italiane consultate dall’«Index Islamicus» dell’Università di Cambridge.
http://www.giovanniarmillotta.it

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