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I calendari: dall’antica Roma al mondo attuale

L’antico anno romano consisteva di dieci mesi lunari (calendario romuleo). Non per nulla – sin da bambini – ci suonava strano che, 7mbre, 8bre, 9mbre e 10mbre, fossero i nomi degli ultimi quattro di una serie di 12. Con la riforma di re Numa Pompilio (754-673 aC) al calendario furono aggiunti alla fine due mesi: Ianuarius e Febrarius. Nel 153 a.C., su decisioni militari del Senato il principio dell’anno passò dalle Idi di marzo alle Calende di gennaio, e per tal ragione noi oggi lo chiamiamo calendario e non idario. Nell’Urbe precristiana i calendari, essendo di competenza sacerdotale, erano annoverati tra le iscrizioni sacre. Nessun popolo più di quello romano si occupò dei suddetti, e nonostante tutto vissero in un tempo d’incertezze fra date ed epoche. Ciò era dovuto al mescolarsi della politica con l’uso fatto della periodizzazione amministrativa per governare la città prima e l’Impero poi. Mentre già popoli ancor più antichi e coevi possedevano un computo esatto del tempo, ai Romani mancò un valido punto di riferimento, fin quando Giulio Cesare non applicò, nel 46 aC, l’esito degli studi compiuti dall’astronomo Sosigene di Alessandria (sec. I aC). Furono aggiunti 90 giorni per portare l’equinozio di primavera al 21 marzo, e stabilire l’anno solare in 365 dì e sei ore. Il primo anno del periodo giuliano fu di circa quindici mesi e perciò detto annus confusionis. I mesi ex quinto (Quintilis) e sesto (Sextilis) in seguito presero nome Iulius e Augustus, rispettivamente in onore di Giulio Cesare e Ottaviano Augusto.

Calendario giuliano
Calendario giuliano
Nota – Per gli anni bisestili, noi aggiungiamo il giorno intercalare dopo il 28 febbraio: i Romani, invece, lo inserivano dopo il 24 con la denominazione di bis sextus ante Kalendas Martias: da qui è derivato il termine bisestile1 [a.d.=ante diem]

Prima della riforma giuliana, nel disordine di mesi, stagioni, anni si era trovato l’espediente di annotarli col nome dei consoli, uso comune nelle epigrafi.

Pensate la grande confusione che poteva allora sorgere. I calendari non servivano che per ciascun anno. In essi si annotavano i giorni fasti e nefasti, nei quali era lecito, oppure no, rendere giustizia. I comitiales, gli atrii, le nundinæ: questi ultimi i giorni del mercato, che cadeva ogni nove, considerando quello di partenza e quello d’arrivo, cosicché effettivamente tra due nundinæ c’era l’intervallo di sette giorni: usanza che si è mantenuta a distanza di duemila anni.

Carlo IX di Francia (1550-1560-1574), il primo monarca a stabilìre il 1° gennaio quale giorno d'inizio anno (www.settemuse.it)
Carlo IX di Francia (1550-1560-1574), il primo monarca a stabilìre il 1° gennaio quale giorno d’inizio anno

Di prima importanza nei diplomi sono le date, ed in quanto al luogo i notai indicavano non solo il paese, ma persino la casa e la stanza in cui rogavano l’atto. Fra gli antichi non veniva stabilita un’èra generalmente accettata, e l’anno si definiva dal nome del magistrato (anno eponimo), e più spesso di un sacerdote. Tali date ricorrono anche nelle iscrizioni. Ad esempio la notissima stele di Rosetta ci dice che in Egitto sotto i Lagidi, l’eponimia era unita al sacerdozio d’Alessandro e dei primi Tolomei. Negli ultimi tempi dell’Impero romano gli anni si enumeravano dopo il consolato, per esempio di Giustino, di Basilio, ecc.

Nei diplomi, sin dall’alto Medioevo, le date sono tratte dall’anno del pontificato dei Papi, o del regno per i monarchi. Inoltre risultano datazioni differenti, non meno che nei tempi più antichi. Un primo intervallo regolare s’introdusse nel 313 dC con l’indizione, periodo di quindici anni decretato da Costantino I il Grande. Il giorno d’inizio variava nei diversi sistemi: il 1° settembre nell’indizione greca, il 25 dicembre o il 1° gennaio in quella romana o pontificia.

Le più antiche carte cristiane, come gli Acta Martyrum, portano regnante Domino nostro Jesu Christo, data incerta che continuò fino al sec. XII. L’uso, però, di contar gli anni dalla nascita del Cristo si deve al monaco dell’Ordine della Scizia Minore (attuale Dobrugia), Dionysius Exiguus (Dionigi il Piccolo, c. 470-c. 544), trasferitosi presso la Curia Romana attorno al 500. Esso fu approvato da papa Giovanni II, il primo Pontefice che cambiò il suo nome di battesimo.

La consuetudine iniziò a prendere piede in Francia, sotto Pipino e Carlo Magno a partire dal sec. VIII e, man mano, fu adottata in tutto il mondo cristiano su impulso di studiosi come il benedettino inglese Beda il Venerabile (672-735). Ma attraverso i secoli si apprese che il monaco scita aveva errato, collocandosi la nascita di Cristo sette anni prima al fissato 1 d.C. Quindi in realtà siamo nel 2020, e dopodomani nel 2021 dC.

Della consuetudine, Orientali e Greci ne fecero poco uso negli atti pubblici, mentre i Latini l’adottarono generalmente: però essi variarono il tempo di principio anno. Alcuni a marzo, altri a gennaio; ulteriori alla natività di Cristo. E fra coloro che optavano per il 25 marzo, tempo della concezione, alcuni anticipavano l’anno di 9 mesi e 7 giorni, mentre altri lo ritardavano di 3 mesi meno una settimana. Poi c’erano casi in cui l’anno principiava a Pasqua, variando secondo la predetta festa mobile; e v’erano altri che lo cominciavano a gennaio, ma un anno prima del metodo comune.

Il Capodanno al 1° gennaio fu introdotto in Francia per ordine di Carlo IX nel 1565; in Spagna al tempo di Filippo II (1556-98); in Germania a quello di Massimiliano I (1623-51). In Svizzera nei secc. XV-xvi si inaugurava l’anno al 1° gennaio, eccetto la diocesi di Losanna e il Pays de Vaud, dove vigeva il 25 marzo. In Aragona nel 1350 fu ordinato d’iniziarlo a Natale; così nella Castiglia il 1383, in Portogallo il 1420. In Cipro al Natale; e così in Inghilterra dai secc. VII-XIII, quando si diede principio dal 25 marzo, finché si adottò il calendario gregoriano2 nel 1752; e in Svezia nel 1753. Nei Paesi Passi c’era una grande varietà, ma in stile di corte si datava dalla Pasqua, come in Savoia. La corte imperiale lo cominciava a gennaio.

In Russia nel sec. XI cominciava a primavera, finché si adottò il calendario greco, e dopo la Rivoluzione d’Ottobre, quello gregoriano nel 1918. Il Giappone vi aveva già aderito nel 1873, la Cina nel 1812, ma in modo completo nel 1949 dopo la proclamazione della Repubblica Popolare. L’unica chiesa ortodossa, in sé legata al calendario giuliano, che ha aderito completamente al gregoriano, è quella di Finlandia. In Italia, Milano, Roma e la maggior parte delle città lo aprivano col Natale. Ma Firenze tardava fino al 25 marzo seguente, uso che conservò fino al 1750, quando per ordine del granduca Francesco I Stefano, adottò il computo comune dal 1° gennaio. Pisa cominciava pure dal 25 marzo, ma anticipando d’un anno: e cosi Lucca, Siena, Lodi ed altre città. A Venezia l’anno civile cominciava col gennaio da tempo immemorabile; ma i notai negli atti, partivano dal 1° marzo, sino alla fine del sec XVIII. In Sicilia, dall’invasione dei Normanni fino al sec. XVI, era il 25 marzo.

Il calendario ebraico lunisolare è il più antico che sia tuttora in uso. Adesso siamo al 5774 dalla creazione del mondo, ed è il calendario ufficiale dello Stato d’Israele.

Il calendario islamico lunare parte dall’emigrazione (Ègira, 622 dC) dei primi musulmani al seguito del Profeta Muhammad, dalla Mecca verso Yatrib (Medina): oggi 1435. La maggior parte dei Paesi musulmani usa tale computo temporale.

Note:
1 Vittorio Tantucci, Ad Altiora, Poseidonia, Bologna 1974, p. 213.
2 Papa Gregorio XIII corresse il ritardo solare accumulato da quello giuliano, entrando in vigore il 5 ottobre 1582, ma facendolo partire dal 15 ottobre dello stesso anno. Per cui non risultano in tal calendario i giorni dal 5 al 14 ottobre 1582, estremi compresi.
Giovanni Armillotta
Giovanni Armillotta è direttore di «Africana» (Lucca), rivista di studi extraeuropei: periodico di classe A, per il settore 14/B2: Storia delle Relazioni Internazionali, delle Società e delle Istituzioni Extraeuropee, secondo l’Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca. Inoltre essa è fra le quattordici riviste italiane consultate dall’«Index Islamicus» dell’Università di Cambridge.
http://www.giovanniarmillotta.it

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