Le Legislature del Ventennio (1922-1943)

Dopo che Vittorio Emanuele III conferì a Mussolini l’incarico di costituire il governo – varato il 31 ottobre 1922 – uno fra i primi punti del gabinetto fascista, fu la riforma elettorale, il cui estensore materiale era Giacomo Acerbo, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Il disegno di legge fu approvato dal Consiglio dei Ministri il 4 giugno 1923. Il 9 fu sottoposto dalla Commissione dei Diciotto, nominata dal Presidente della Camera, Enrico de Nicola (poi capo di Stato dell’Italia repubblicana 1946-1948 e in seguito Presidente del Senato della Repubblica 1951-1952). In tale consesso i fascisti erano solo tre (Orano, Paolucci e Terzaghi), ma il dispositivo fu approvato il 16 giugno con 10 favorevoli e 8 contrari1. Seguì un intenso dibattito alla Camera dei Deputati, in cui le opposizioni (gran parte dei popolari, socialisti massimalisti [Psi], socialisti riformisti [Psu], comunisti, repubblicani, liberaldemocratici radicali, slavi e tedeschi) risultarono divise. Il disegno di legge fu approvato il 21 luglio con 223 voti a favore e 123 contrari2. È da rilevare innanzitutto che alla Camera 1921-1924 (XXVI L.) erano presenti solo 35 deputati fascisti nel Blocco Nazionale giolittiano composto da 105 elementi, e l’assise era costituita da ben 535 eletti, per cui 189 rappresentanti si astennero o s’assentarono. Va anche detto che la somma dei predetti oppositori giungeva a 3213 (escludendo nove popolari che votarono a favore)4. Il Senato del Regno (di nomina regia) – nel quale non risultavano rappresentanti legati direttamente al Partito Nazionale Fascista – approvò il testo il 18 novembre con 165 favorevoli e 31 contrari, tramutandolo in l. 18 novembre 1923 n. 2444, seguita dal t.u. 13 dicembre 1923 n. 2694.

Si stabiliva che il partito, o cartello elettorale, che avesse riscosso la maggioranza relativa di almeno il 25% dei voti, avrebbe conquistato alla Camera i due terzi dei seggi a disposizione. Il terzo residuo – 179/535 – sarebbe stato suddiviso, in ognuna delle 15 ripartizioni geografiche, con il sistema proporzionale. Però i fatti dimostrarono che la Acerbo non era per nulla necessaria.

I fascisti riuscirono a formare una coalizione elettorale che includeva, oltre a loro stessi, anche i liberali raggruppati intorno a Salandra, De Nicola ed Orlando, insieme ai primi scaglioni di opportunisti ed arrivisti provenienti dal campo socialista e da quello popolare5.

Orbene poiché il ‘listone’ fascista conseguì 355 seggi su 535 alla Camera, questi corrispondevano al 66,36% dei deputati. La differenza fra la percentuale dei voti alle urne ottenuti dalla Lista Nazionale (60,09%) e la percentuale dei seggi alla Camera della stessa LN (66,36%) – presi a causa della Acerbo – risultava di un trascurabile 6,27%. Anche senza quella legge (non risultando quel 6,27% decisivo a formare il governo), i fascisti agirono nel mutare ulteriormente la prassi elettorale. In seguito dopo la Secessione dell’Aventino6, i 124 deputati protagonisti furono dichiarati decaduti il 9 novembre 1926 (oltre 3 dimessi7 e Giacomo Matteotti ucciso). Un disegno di legge preparato da Alfredo Rocco – esaminato e approvato dal Gran Consiglio del Fascismo fra il 31 gennaio e il 3 febbraio 1928 – fu presentato alla Camera il 16 marzo. La legge passò il 16 marzo con 216 favorevoli e 15 contrari; al Senato il 12 maggio con 161 f. e 46 c. La promulgazione si ebbe con l. 17 maggio 1928 n. 1019, riportata nel t.u. approvato con regio decreto del 2 settembre 1928 n. 1993.

Vittorio Emanuele III inaugura la Camera dei Fasci e delle Corporazioni il 23 marzo 1939, ventesimo anniversario della fondazione dei Fasci Italiani di Combattimento.
Vittorio Emanuele III inaugura la Camera dei Fasci e delle Corporazioni il 23 marzo 1939, ventesimo anniversario della fondazione dei Fasci Italiani di Combattimento.

A causa delle nuove norme le elezioni politiche per la XXVIII e XXIX L. furono svolte col sistema dello scrutinio totalitario. Si chiamava a votare o a respingere una lista precostituita di 400 deputati, formata dal GCF a partire da una rosa di 850 candidati proposti dalle confederazioni nazionali legalmente riconosciute di sindacati, e altri 200 da ulteriori enti culturali, assistenziali, associazioni nazionali, e candidati scelti dal GCF stesso che fossero “di chiara fama nelle scienze, nelle lettere, nelle arti, nella politica e nelle armi”. Gli elettori potevano esprimersi – nella terminologia fascista le consultazioni del 1929 e 1934 furono chiamate ‘plebiscito’ – ponendo un segno sul o sul No su schede distinte recanti l’emblema del fascio littorio e la proposizione: “Approvate voi la lista dei deputati designati dal Gran Consiglio Nazionale del Fascismo?”. Nel caso in cui la lista non fosse stata approvata dal corpo elettorale, era formalmente previsto che la consultazione si ripetesse con il concorso di liste concorrenti, presentate da associazioni ed organizzazioni che avessero almeno cinquemila soci elettori. La lista che avesse ottenuto il maggior numero dei voti, avrebbe avuto tutti i propri candidati eletti (per quanto riguarda le altre liste, il computo degli eletti veniva fatto con il criterio proporzionale). La legge conteneva alcune modifiche in materia di elettorato attivo: era riconosciuto il voto ai maschi di età superiore ai 21 anni (o ai 18 se ammogliati con prole).

Dopo i due ‘plebisciti’ del 1929 e 1934, il regime mutò ancora le disposizioni. Con l. 19 gennaio 1939 n. 129 il fascismo eliminò pure la parvenza dell’elezione, sostituendo la Camera dei Deputati con la Camera dei Fasci e delle Corporazioni. Essa era formata dai componenti del Consiglio nazionale del PNF e da quelli del CN delle Corporazioni dal capo del governo e dai membri del GCF.

La CFC fu sciolta con la chiusura anticipata della XXX L. – ultima del Regno – attraverso regio decreto legge 2 agosto 1943, n. 705, in vigore dal momento della pubblicazione sulla “Gazzetta Ufficiale” (5 agosto s.a.).

Tabella
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Note:
1 Giovanni Giolitti (presidente, favorevole), Vittorio Emanuele Orlando (vicepresidente, f.), Antonio Salandra (vicepresidente, f.), Ivanoe Bonomi (contrario; dal 1921 al 1922, e dal 1944 al 1945 Presidente del Consiglio dei Ministri, e dal 1948 al 1951 presidente del Senato della Repubblica), Antonio Casertano (f.), Giuseppe Chiesa (c.), Alcide De Gasperi (c.; Capo provvisorio dello Stato dal 13 al 28 giugno 1946, e otto volte Presidente del Consiglio, dal 1945 al 1953), Alfredo Falcioni (f.), Luigi Fera (f.), Giuseppe Grassi (c.; firmò, come guardasigilli, la Costituzione della Repubblica Italiana del 1948), Antonio Graziadei (c.), Pietro Lanza di Scalea (f.), Costantino Lazzari (c.), Giuseppe Micheli (c.), Paolo Orano (f.), Raffaele Paolucci (f.), Michele Terzaghi (f.), Filippo Turati (c.).
2 http://legislature.camera.it/cost_reg_funz/667/1157/1154/documentotesto.asp
3 Pier Luigi Ballini, Le elezioni politiche nel Regno d’Italia. Appunti di bibliografia, legislazioni e statistiche, «Quaderni dell’Osservatorio Elettorale», N. 15/Luglio 1985, Regione Toscana, Firenze, p. 217.
4 http://www.degasperi.net/navipage_percorsi.php?id_cat=p1&id_bio=b3&id_bio_sub=4
5 Denis Mack Smith, Storia d’Italia 1861-1958, Vol. II, Laterza, Bari, 1964, p. 601.
6 Come atto di protesta, alcuni deputati d’opposizione, a causa della scomparsa di Giacomo Matteotti (11 giugno 1924), iniziarono a riunirsi separatamente.
7 Francesco Leoni, Storia dei partiti politici italiani, Alfredo Guida, Napoli 2001, p. 446-447.

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